«A una sessantina di chilometri da Jirapa c’è Lawra, occasione di una gita fuori porta, a visitare la scuola dove insegna Maria, volontaria italiana laureata in astrofisica a Londra. Saliamo sul pulmino giallo che ci mostrano orgogliosi i nostri accompagnatori. Ha un’aria tutt’altro che confortevole e sicura, un po’ come il resto dei mezzi che ci ha ospitato sinora, ma questo, proprio perché arricchiti delle esperienze pregresse, è davvero il top: manca uno dei vetri davanti, ma non il corrispondente tergicristallo, i sedili sono instabili, ma comodi, la sicurezza è comunque garantita, c’è un estintore!

La strada non aiuta il mezzo e non gli rende, forse, neppure il giusto onore ai nostri occhi occidentali. Tra Jirapa e Lawra non c’è asfalto e spesso mi capita di sentire qualche sasso che colpisce la parte bassa del nostro pulmino. L’autista, nonostante tutto, viaggia spedito, sollevando una nube rossa in coda, e non rallenta neppure quando ai bordi del percorso incrocia una donna che porta dell’acqua o un bambino con la divisa scolastica. Paradossalmente, chi si lamenta di più dell’afa è Paul. Forse, noialtri, c’atteggiamo a viaggiatori.

Penso ai rischi di chi costeggia quella strada, ma subito smetto, sono pensieri inopportuni, mi dico, e passo a godermi il paesaggio dal finestrino. Non ho mai guidato in vita mia, forse proprio perché adoro raccogliere i tanti dettagli che scorrono ai bordi della strada e sono stato abituato bene a farlo già da quando andavo al mare con la mia famiglia. Difficile paragonare le conifere della Foresta Umbra con le desolate distese ghanesi, ma la mente fa brutti scherzi e, quando intravedo sullo sfondo dell’acqua, mi chiedo effettivamente se non ci siamo teletrasportati in Italia. In realtà è solo una piccola pozza d’acqua torbida: le donne lo usano per lavarci i panni, qualche bambino ci sguazza. Altre donne con recipienti in testa, incrociate poco dopo, sciolgono definitivamente il mio dubbio sull’uso alimentare dell’acqua stessa.

Siamo quasi arrivati, lancio qualche saluto ai bambini di un piccolo agglomerato lungo la strada e trattengo un po’ il fiato quando il nostro autista stranamente preme sul freno e attraversa a rilento un paio di ponti. L’accoglienza è la solita: ringraziamenti, attestati aprioristici di stima e tanti complimenti dal preside e da un manipolo di insegnanti radunati all’ingresso. Gli studenti ci vedono subito e ci seguono, lo fanno per l’intera giornata, ma non si avvicinano mai troppo, forse temono di esserci d’impaccio o forse fanno il tifo per noi. O diffidano?

Il lavoro è lungo e stancante, non mangiamo nulla, solo qualche frutto portato da Maria. Gli studenti restano fuori dell’aula, sui loro volti si alternano stupore, sorrisi e sbadigli. Lasciamo Lawra quando il sole è già tramontato da tempo, risaliamo sul pulmino giallo col sorriso stampato in volto per l’ottimo lavoro.

L’autista, noncurante del buio, spinge sull’acceleratore, sarà stanco anche lui ma noi ormai non ci facciamo più caso, ha conquistato la nostra fiducia all’andata. Poi un lampo e subito un tuono, cade qualche goccia, piove. E piove a dirotto, l’acqua ci arriva direttamente in faccia dato che manca parte del vetro davanti, l’autista corre, sembra divertirsi e noi ridiamo, siamo dalla sua parte. Il paesaggio appare e scompare con la luce dei lampi, nel frastuono dei tuoni compare ancora qualcuno ai bordi della strada, vedo una donna e poi la pozza d’acqua.

Non c’è più caldo, la stagione delle piogge è vicina, ma non potremo godercela»