Volevo fare il nerd.
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Burundi: donne
7 dic
Conosci Francine? No, mamma, chi è? Francine è una donna a cui il marito ha mozzato entrambe le braccia a colpi di machete per non aver partorito un figlio maschio. È un caso un po’ estremo che rappresenta lo stato della donna in Burundi e come è concepita all’interno dell’attuale sistema socio-culturale.
Le donne si occupano dei tanti figli, della gestione della casa e spesso sono costrette anche a lavorare nei campi o al mercato, a dispetto dei loro uomini che trascorrono il loro tempo tra un bar e l’altro. Le donne trasportano per chilometri mattoni, banane, legna e bidoni d’acqua, con in groppa un figlio troppo piccolo per camminare e per cavarsela da solo.
Il valore di una donna viene calcolato in base al numero di figli che riesce a dare al mondo, una volta, mi dicono, dieci figli era considerato un buon numero, ora invece – continuano – non ci sono più le donne di una volta. È per questo che storie come quelle di Francine diventano vere, ma in casi meno drammatici e più numerosi gli uomini abbandonano la propria moglie e ne scelgono una più giovane che possa figliare. Questo atteggiamento, che genera un numero di abbandoni di figli incredibile, è giustificato persino da chi dovrebbe avere una cultura più aperta, come un prof del liceo: secondo lui cambiare moglie è una necessità statistica, in quanto al momento la popolazione burundese è composta per il 60% di donne (gli uomini sono stati in gran parte massacrati durante il genocidio).
Nonostante lo scenario appena descritto, le donne burundesi si contraddistinguono per un’innata gentilezza e disponibilità, tra tutti i ricordi spicca quello della madre di René, che mi presenta simpaticamente alle sue colleghe infermiere come suo figlio adottivo, che non smette mai di ringraziarmi, sebbene sia io l’ospite in casa sua, e si scusa fintroppo per l’inadeguatezza del cibo e del letto che può offrirmi. Io al contrario ero lì proprio per tutto quello che lei così affannosamente cercava di rendermi lussuoso: sei uno strano bianco – conclude.
Burundi: essere bianco
10 nov
Avere la pelle bianca è una non-scelta non facilmente gestibile in Burundi, come penso nel resto dell’Africa. Essere bianchi comporta dei benefici indiscutibili, ma anche qualche rischio e inevitabilmente dei sacrifici ‘psicologici’.
Il più plateale dei vantaggi l’ho sperimentato qualche giorno fa: sono a Bujumbura per ottenere un’autorizzazione per installare un’antenna satellitare e, da pivellino quale sono, brancolo nel buio totale, ma fortunatamente un amico di René ci indirizza verso il Ministero delle Comunicazioni. Entriamo, lunga attesa prima di essere ricevuti dal Capo di Gabinetto in persona; la mia presenza scombussola le priorità del funzionario, la fila di uomini eleganti arrivati prima di noi si apre in nostro favore: nessuno oppone resistenza, anzi tutti mi riservano un sorriso, un saluto o una stretta di mano. Cerco in qualche modo di rifiutare questo favoritismo, ma il segretario del ministro replica dicendo che io vengo da lontano e quindi devo sbrigarmi prima (come se fossi partito direttamente da Roma per mettermi lì in fila dietro la sua porta). Il Capo di Gabinetto ci fa accomodare su poltrone comodissime rivestite di una lucente pelle nera e diventa euforico scoprendo che può ripassare un po’ il suo italiano col sottoscritto. Racconto cordialmente la mia storia e il mio problema, lui mi ascolta con aria concentrata, per poi scoprire che siamo capitati nel ministero sbagliato. Ma non è un problema, estrae dal cassetto un ingombrante elenco telefonico e fa una rapida chiamata al ministro giusto, quello delle Telecomunicazioni. È nel suo ufficio ad attenderci, cioè niente file, niente attese e veloce rientro a Ngozi (il caldo di Buja davvero non lo sopporto!). Ringrazio per l’immensa gentilezza e lo riempio di complimenti per il suo italiano, sapendo di poter ricambiare solo così al piacere appena fattomi. Il ministro delle Telecomunicazioni è molto occupato, ma ci accoglie comunque: ci indica sbrigativamente la procedura da seguire per installare questa stramaledettissima antenna e siamo liberi di rientrare. Uscendo dal suo ufficio sento il suo segretario rivolgere qualche battuta a René in kirundi, penso immediatamente che sia qualcosa che si tratta di me. Scopro che il mio abbigliamento è risultato inadeguato alla situazione: effettivamente ero in piena tenuta ferragostana con bermuda neri e una t-shirt gialla. In auto, sulla strada del rientro, penso che mi sono giocato i ministri incontrati per quell’ingenuità, quando, al contrario, solo per il fatto di essere bianco, le porte mi si sono spalancate e non è stato importante che indossassi delle bermuda o una giacca con cravatta.
C’è però anche l’altra triste faccia della medaglia: essere bianco significa quasi sempre pagare tutto più dei burundesi. Se, per certi versi, questa pratica può essere sopportabile quando compro degli arachidi tostati da un bambino di 10 anni, che li trasporta su un vassoio posato sulla testa. Sono un po’ più intollerante alla fregatura quando a ‘provarci’ è un commerciante di materiale informatico (un cavetto USB a 15 euro???) o un tecnico del Regideso, che dovrebbe sistemarmi un tubo dell’acqua gratuitamente e invece cerca (e ci riesce dopo un po’ di contrattazione) una mancia per il servizio, nonostante mi sia anche scomodato di andarlo a prenderlo in macchina fin sotto casa e riaccompagnarcelo. Essere bianco significa essere ricco e soprattutto essere disposto a condividere questa ricchezza, così non è raro che bambini ancora piccolissimi mi chiedano in un francese stentato di sganciare qualche ‘amafranga’ o qualche caramella. Resistere, resistere e resistere! Questo è ciò che è giusto fare in questi casi, perché non sono Babbo Natale e, soprattutto, anche 100 franchi (meno di 10 centesimi di euro) possono risultare un virus e mi ritroverei presto con l’intero quartiere ad elemosinare qualcosa. Non è facile dire di no ogni giorno ad un bambino che inizia a correrti incontro non appena spunti all’orizzonte della porta di casa sua e viene a stringerti in un abbraccio forte all’altezza delle ginocchia, sai che forse altrove uno spettacolo del genere dovresti addirittura pagarlo, mentre qui il protagonista si accontenterebbe di 10 cent che tu non sei disposto a dargli. Forse perché sai che lo spettacolo resta garantito…