«Il sito ViaggiareInformati probabilmente consiglia di munirsi di adeguata quantità di valuta locale prima di affrontare un viaggio in Ghana, ma il problema non mi sfiora, convinto della forza e della popolarità dei miei euro e della mia carta di credito (sigh!). Simone ha con sé appena quarantamila cedis poco meno di quattro euro, e li utilizza per pagare lo sciame di persone che ci aiuta coi bagagli appena usciti dall’aeroporto.
È sera, le banche sono chiuse e dobbiamo cenare. Richard, l’autista, ci rassicura e addirittura ci garantisce un servizio più vantaggioso delle banche, imbocca una piccola strada, costeggiata da baracche e dove vedo qualche bambino dormire sul marciapiede, e inizia lo spettacolo: chi inizia a urlare, chi gesticola numeri e ci invita a fermarci. Simone sa già tutto, ghigna e si gode le nostre facce spaesate, forse impaurite.

Si apre il portellone laterale, sale un uomo giovane, ha tra le mani una calcolatrice, scambia qualche battuta con Richard, che mostra il suo dissenso oscillando ampiamente il capo, in pieno ’stile Africa’, mentre continua a guidare. L’uomo con la calcolatrice alza la voce, cerca di richiamare l’attenzione del nostro driver alle prese con un altro giovane al finestrino. Sostituzione: esce il primo ed entra l’altro, questa volta Richard sembra convinto anche se continua a lanciare qualche sguardo ai bordi della strada, alla ricerca dell’offerta dell’ultimo minuto. L’ospite batte sulla sua calcolatrice 11.700 (per 1 euro), Richard accetta e ci chiede quanti euro vogliamo cambiare. È fatta, abbiamo il nostro primo milione di cedis!

Una scena altrettanto ‘avventurosa’ si ripete in un villaggio vicino Kumasi, a metà della traversata del Paese. Richard ci porta da un suo amico, ma parcheggia a distanza per evitare problemi con la polizia. Rino scende e si perde tra le bancarelle di frutta e le capre che camminano libere per strada, io e Cisko invece non perdiamo di vista il nostro fedele autista, gli altri restano in macchina. Ci fermiamo sull’uscio della baracca dell’amico di Richard, ci sono un giovane in piedi, che saluta Richard, e un vecchio seduto su una cassa. Richard si intende velocemente col suo compare e ci intrufoliamo tutti in casa, questa volta non si contratta, il prezzo è fisso ma comunque conveniente, nella massima discrezione ci procuriamo quel che basta per il carburante del nostro mezzo e torniamo indietro. Sulla strada incrociamo Rino, è circondato da bambini che si aggrappano alla sua camicia di lino e donne che tentano di vendergli banane, cocco, capre e indumenti.

Le banconote che ci sono capitate tra le mani sono un indice perfetto della povertà di questa gente, tutti i pezzi da ventimila cedis sono immacolati, sembrano appena usciti da un bancomat. Tutto sta forse in quella soglia, quasi surreale nell’immaginario dei ricchi, tracciata dalle grandi organizzazioni internazionali che divide la povertà estrema (quella da un dollaro al giorno) da quella così così. Questa mia impressione la ritrovo anche nelle stampe sulle banconote. I tagli piccoli e le monete fanno riferimento alla pesca, alle coltivazioni di cacao, al commercio della legna e ad alcuni strumenti musicali tipici. I tagli maggiori (diecimila e ventimila cedis) mostrano visi autorevoli, uomini in giacca e cravatta. Nelle infinite chiacchiere della traversata qualcuno, lavorando di fantasia, ipotizza addirittura che esistano banconote da cinquantamila cedis, ma non avremo conferma della loro esistenza; o forse sono solo una leggenda metropolitana, una speranza per chi vuole ambire a qualcosa di più? È troppo difficile per noi integrarci con la moneta ghanese, quello che per loro è troppo per noi è sempre troppo poco: come quando, in un caldo pomeriggio, il guardiano del Centro, seduto di fianco a Vida sotto il grande albero del giardino, mi chiede se gradisco del mango. Incuriosito da qualcosa che non avevo mai assaggiato, accetto; apro il mio portafoglio e tiro fuori un pezzo da diecimila, il guardiano prende la banconota, la rigira su sé stessa, poi solleva lo sguardo verso di me e con un ampio sorriso mi chiede: «Vuoi che ti compri tutto l’albero?». Vida scoppia in una fragorosa risata, la situazione dovrebbe essere imbarazzante, ma fortunatamente per me non lo è, quindi mi affretto a cambiare dalla mano del guardiano il pezzo da diecimila con una da cinquemila. Ritornerà dal mercato comunque con due sacchetti pieni di frutta, da averne per il resto della permanenza, forse erano troppi anche cinquemila cedis per la mia ‘voglia di qualcosa di buono’.

Lo stesso vale per le mance, che qui, purtroppo, sono il modo più efficace per ringraziare qualcuno. È una cosa per certi versi orribile, perché traduce l’incapacità di abbattere le barriere della superficialità nei rapporti con le persone che incontri. Con i tassisti però mi diverto a sperimentare un sistema di ringraziamento pesato proporzionalmente: non ci metto molto a capire quanti Cedis valga una corsa in taxi, né che la gran parte dei tassisti applica una maggiorazione ad interim se il viaggiatore è bianco. Quindi premio gli onesti senza discutere sul prezzo e aggiungendoci cinquemila Cedis, circa cinquanta centesimi di euro che però per loro è una bella mancia. Con i disonesti invece mi metto a contrattare, e ovviamente non lascio mancia (anche se a volte cedo, quando penso che forse al posto loro avrei fatto lo stesso). Quando, poche ore prima del nostro volo per Amsterdam, ci sediamo attorno ad un tavolo a sistemare debiti e crediti, mi sembra surreale fare i conti in euro: il mio bilancio finale è di 30 euro per due settimane, spesi fra birre, frutta e altro cibo, una giornata da ‘ricchi’ al mare, una collana-souvenir rappresentante l’Africa, un completo taroccato (introvabile la versione originale) della nazionale di calcio locale e una bandiera nazionale, comprata al mercato di Accra. A Richard suona come una richiesta anomala, ma trovarmi un venditore e un buon prezzo gli costerà solo pochi minuti; contrattare non serve: il prezzo è basso, trentaduemila cedis, e la bandiera è più grande di quanto desiderassi, finirà sulla parete della mia cameretta a memoria del tutto. Dopo l’acquisto Richard mostra un po’ di orgoglio nazionale e mi impartisce una rapida lezione sul mio affare: la bandiera è divisa in tre fasce orizzontali coi colori pan-africani, il rosso per il sangue versato per la libertà dal colonialismo europeo, l’oro (o il giallo) per le miniere auree di cui era, ora non troppo, ricco il Paese ed il verde per le rigogliose foreste; nel centro la stella nera simbolo della libertà del continente africano. Rientrerò a casa, a Milano, con le stesse cinquanta euro con cui ero uscito, ma non mi dureranno ancora molto, al supermercato sotto casa il mango sta a 2.75 euro al chilo.»