Volevo fare il nerd.
Post con tag ghana
Riprendere Jirapa…
20 ago

..non per un partito nè una bandiera, ma per lo sguardo stupito e gli occhi dolci dei bambini..
Reportage dal Ghana: Pagare
13 mar
«Il sito ViaggiareInformati probabilmente consiglia di munirsi di adeguata quantità di valuta locale prima di affrontare un viaggio in Ghana, ma il problema non mi sfiora, convinto della forza e della popolarità dei miei euro e della mia carta di credito (sigh!). Simone ha con sé appena quarantamila cedis poco meno di quattro euro, e li utilizza per pagare lo sciame di persone che ci aiuta coi bagagli appena usciti dall’aeroporto.
È sera, le banche sono chiuse e dobbiamo cenare. Richard, l’autista, ci rassicura e addirittura ci garantisce un servizio più vantaggioso delle banche, imbocca una piccola strada, costeggiata da baracche e dove vedo qualche bambino dormire sul marciapiede, e inizia lo spettacolo: chi inizia a urlare, chi gesticola numeri e ci invita a fermarci. Simone sa già tutto, ghigna e si gode le nostre facce spaesate, forse impaurite.
Si apre il portellone laterale, sale un uomo giovane, ha tra le mani una calcolatrice, scambia qualche battuta con Richard, che mostra il suo dissenso oscillando ampiamente il capo, in pieno ’stile Africa’, mentre continua a guidare. L’uomo con la calcolatrice alza la voce, cerca di richiamare l’attenzione del nostro driver alle prese con un altro giovane al finestrino. Sostituzione: esce il primo ed entra l’altro, questa volta Richard sembra convinto anche se continua a lanciare qualche sguardo ai bordi della strada, alla ricerca dell’offerta dell’ultimo minuto. L’ospite batte sulla sua calcolatrice 11.700 (per 1 euro), Richard accetta e ci chiede quanti euro vogliamo cambiare. È fatta, abbiamo il nostro primo milione di cedis!
Una scena altrettanto ‘avventurosa’ si ripete in un villaggio vicino Kumasi, a metà della traversata del Paese. Richard ci porta da un suo amico, ma parcheggia a distanza per evitare problemi con la polizia. Rino scende e si perde tra le bancarelle di frutta e le capre che camminano libere per strada, io e Cisko invece non perdiamo di vista il nostro fedele autista, gli altri restano in macchina. Ci fermiamo sull’uscio della baracca dell’amico di Richard, ci sono un giovane in piedi, che saluta Richard, e un vecchio seduto su una cassa. Richard si intende velocemente col suo compare e ci intrufoliamo tutti in casa, questa volta non si contratta, il prezzo è fisso ma comunque conveniente, nella massima discrezione ci procuriamo quel che basta per il carburante del nostro mezzo e torniamo indietro. Sulla strada incrociamo Rino, è circondato da bambini che si aggrappano alla sua camicia di lino e donne che tentano di vendergli banane, cocco, capre e indumenti.
Le banconote che ci sono capitate tra le mani sono un indice perfetto della povertà di questa gente, tutti i pezzi da ventimila cedis sono immacolati, sembrano appena usciti da un bancomat. Tutto sta forse in quella soglia, quasi surreale nell’immaginario dei ricchi, tracciata dalle grandi organizzazioni internazionali che divide la povertà estrema (quella da un dollaro al giorno) da quella così così. Questa mia impressione la ritrovo anche nelle stampe sulle banconote. I tagli piccoli e le monete fanno riferimento alla pesca, alle coltivazioni di cacao, al commercio della legna e ad alcuni strumenti musicali tipici. I tagli maggiori (diecimila e ventimila cedis) mostrano visi autorevoli, uomini in giacca e cravatta. Nelle infinite chiacchiere della traversata qualcuno, lavorando di fantasia, ipotizza addirittura che esistano banconote da cinquantamila cedis, ma non avremo conferma della loro esistenza; o forse sono solo una leggenda metropolitana, una speranza per chi vuole ambire a qualcosa di più? È troppo difficile per noi integrarci con la moneta ghanese, quello che per loro è troppo per noi è sempre troppo poco: come quando, in un caldo pomeriggio, il guardiano del Centro, seduto di fianco a Vida sotto il grande albero del giardino, mi chiede se gradisco del mango. Incuriosito da qualcosa che non avevo mai assaggiato, accetto; apro il mio portafoglio e tiro fuori un pezzo da diecimila, il guardiano prende la banconota, la rigira su sé stessa, poi solleva lo sguardo verso di me e con un ampio sorriso mi chiede: «Vuoi che ti compri tutto l’albero?». Vida scoppia in una fragorosa risata, la situazione dovrebbe essere imbarazzante, ma fortunatamente per me non lo è, quindi mi affretto a cambiare dalla mano del guardiano il pezzo da diecimila con una da cinquemila. Ritornerà dal mercato comunque con due sacchetti pieni di frutta, da averne per il resto della permanenza, forse erano troppi anche cinquemila cedis per la mia ‘voglia di qualcosa di buono’.
Reportage dal Ghana: Giocare
19 feb
«Si vedono solo bianchi sulla spiaggia mentre ci godiamo il nostro bagno nell’oceano, il mare non è un granché. Noncuranti delle buste e dei residui di frutta che ogni tanto ci galleggiano intorno, dopo il velocissimo scatto verso le onde ci sentiamo ormai liberati da quel macigno che ci ha piegato le spalle per due settimane, il peso delle ingiustizie del mondo vissute sulla propria pelle.
Dopo qualche scambio a pallone con un paio di ghanesi, forse gli unici nei dintorni, ci ripariamo sotto il nostro gazebo, il sole comincia a farsi sentire. Cisko ordina qualcosa da bere e tanto per conservare il suo stile eclettico si inventa un mix di whisky e succo di mango, l’intruglio riscuote successo e presto ne avremo tutti un bicchiere. In lontananza si intravedono dei commercianti, hanno bonghi, bracciali, collane, cappelli e abiti tipici. La mercanzia è interessante ma i prezzi evidentemente gonfiati. Nonostante i mille dinieghi si riesce a scambiare qualche chiacchiera, a improvvisare qualche ritmo tribale e una partitella. Ancora una volta Cisko si distingue: è seduto sulla poltroncina, in una mano ha il suo drink e con l’altra manovra una specie di scatola, che un altro venditore gli ha appena passato. Mi riavvicino ai due, il venditore apre la scatola e, in un inglese fin troppo sciolto per il mio orecchio, inizia a spiegare a Cisko il meccanismo, si tratta di uno dei più diffusi giochi in Africa, in Ghana viene chiamato Owari.
Sembra addirittura che questo gioco fosse noto già agli antichi Egizi e ai Sumeri, ed è tuttora molto popolare per la sua facile realizzabilità: due file di sei buche, improvvisate per terra per una partita al volo, o su un piano, magari decorato, in legno, pietra o avorio, e quarantotto sassolini, sostituiti, durante la stagione secca, da semi. Owari è un gioco di strategia, richiede molta concentrazione e una forte capacità di prevedere prospettive vincenti di gioco: i semi vengono distribuiti ugualmente nelle buche, il primo giocatore sceglie da quale buca sulla propria riga estrarre i semi e ne rilascia uno per ogni buca che incontra percorrendo la tavola in senso orario. Se l’ultimo seme finisce in una buca della riga avversaria e nella buca ci sono due o tre semi questi vengono catturati e riposti nella buca più grande ai bordi del piano, a mò di punteggio. Il vincitore deve aver quindi svuotato tutte le buche avversarie catturando il maggior numero di semi possibili.
Facile, no? Eppure le prime due partite tra Cisko e il venditore scorrono senza che io ci capisca qualcosa, Cisko è in piena trance agonistica, si contorce sulla sedia e fissa la scatola da gioco. Il venditore mi invita a giocare, ma rifiuto cordialmente; avrei sfigurato almeno quanto Cisko, che però, alla terza, sembra prenderci gusto: il venditore mi lancia qualche sguardo compiaciuto, un po’ come un maestro fiero del suo allievo, alla fine Cisko vince ma l’impressione è che sia una mossa commerciale del venditore.
Owari è molto più di un gioco: il rumore dei sassolini lasciati cadere nelle buche, lo scorrere veloce delle mani sopra il piano di gioco, lo scambio di battute per deconcentrare l’avversario, i gesti del corpo e le espressioni del viso lo rendono quasi un rito e, infatti, compare spesso nei riti della fertilità, di iniziazione e in quelli funebri. Sempre secondo la tradizione, ai comuni mortali è lecito giocare solo durante il giorno, preferibilmente lungo l’asse percorso dal sole: le buche sono i mesi dell’anno e i semi rappresentano il trascorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni o dei raccolti. Di notte invece il gioco resta a disposizione di spiriti e stregoni: il piano si trasforma nel cielo e il giro dei sassolini rappresenta quello delle stelle.
Una leggenda Ashanti spiega che la parola Owari deriva dal termine Warri, che significa sposare, in quanto un uomo e una donna decisero di sposarsi per avere più tempo per poter giocare. Il gioco, col passare del tempo, è però diventato un momento collettivo, in cui gli spettatori diventano suggeritori, i bambini si sfidano per avere la meglio sui propri compagni di scuola durante le lezioni di aritmetica e gli uomini per dimostrare la loro virilità. Sebbene la complessità di gioco di Owari sia all’altezza di quella dei nostri scacchi, il paragone è filosoficamente inconsistente: gli scacchi sono la simulazione di una battaglia medievale il cui obiettivo è la distruzione dell’avversario, in Owari è persino vietato, a meno che non si tratti di una mossa obbligata, far morire di carestia l’avversario, cioè lasciarlo con le buche vuote , segno della solidarietà contadina che ancora si vive in Ghana.»
Reportage dal Ghana: Lawra
30 gen
«A una sessantina di chilometri da Jirapa c’è Lawra, occasione di una gita fuori porta, a visitare la scuola dove insegna Maria, volontaria italiana laureata in astrofisica a Londra. Saliamo sul pulmino giallo che ci mostrano orgogliosi i nostri accompagnatori. Ha un’aria tutt’altro che confortevole e sicura, un po’ come il resto dei mezzi che ci ha ospitato sinora, ma questo, proprio perché arricchiti delle esperienze pregresse, è davvero il top: manca uno dei vetri davanti, ma non il corrispondente tergicristallo, i sedili sono instabili, ma comodi, la sicurezza è comunque garantita, c’è un estintore!
La strada non aiuta il mezzo e non gli rende, forse, neppure il giusto onore ai nostri occhi occidentali. Tra Jirapa e Lawra non c’è asfalto e spesso mi capita di sentire qualche sasso che colpisce la parte bassa del nostro pulmino. L’autista, nonostante tutto, viaggia spedito, sollevando una nube rossa in coda, e non rallenta neppure quando ai bordi del percorso incrocia una donna che porta dell’acqua o un bambino con la divisa scolastica. Paradossalmente, chi si lamenta di più dell’afa è Paul. Forse, noialtri, c’atteggiamo a viaggiatori.
Penso ai rischi di chi costeggia quella strada, ma subito smetto, sono pensieri inopportuni, mi dico, e passo a godermi il paesaggio dal finestrino. Non ho mai guidato in vita mia, forse proprio perché adoro raccogliere i tanti dettagli che scorrono ai bordi della strada e sono stato abituato bene a farlo già da quando andavo al mare con la mia famiglia. Difficile paragonare le conifere della Foresta Umbra con le desolate distese ghanesi, ma la mente fa brutti scherzi e, quando intravedo sullo sfondo dell’acqua, mi chiedo effettivamente se non ci siamo teletrasportati in Italia. In realtà è solo una piccola pozza d’acqua torbida: le donne lo usano per lavarci i panni, qualche bambino ci sguazza. Altre donne con recipienti in testa, incrociate poco dopo, sciolgono definitivamente il mio dubbio sull’uso alimentare dell’acqua stessa.
Siamo quasi arrivati, lancio qualche saluto ai bambini di un piccolo agglomerato lungo la strada e trattengo un po’ il fiato quando il nostro autista stranamente preme sul freno e attraversa a rilento un paio di ponti. L’accoglienza è la solita: ringraziamenti, attestati aprioristici di stima e tanti complimenti dal preside e da un manipolo di insegnanti radunati all’ingresso. Gli studenti ci vedono subito e ci seguono, lo fanno per l’intera giornata, ma non si avvicinano mai troppo, forse temono di esserci d’impaccio o forse fanno il tifo per noi. O diffidano?
Il lavoro è lungo e stancante, non mangiamo nulla, solo qualche frutto portato da Maria. Gli studenti restano fuori dell’aula, sui loro volti si alternano stupore, sorrisi e sbadigli. Lasciamo Lawra quando il sole è già tramontato da tempo, risaliamo sul pulmino giallo col sorriso stampato in volto per l’ottimo lavoro.
L’autista, noncurante del buio, spinge sull’acceleratore, sarà stanco anche lui ma noi ormai non ci facciamo più caso, ha conquistato la nostra fiducia all’andata. Poi un lampo e subito un tuono, cade qualche goccia, piove. E piove a dirotto, l’acqua ci arriva direttamente in faccia dato che manca parte del vetro davanti, l’autista corre, sembra divertirsi e noi ridiamo, siamo dalla sua parte. Il paesaggio appare e scompare con la luce dei lampi, nel frastuono dei tuoni compare ancora qualcuno ai bordi della strada, vedo una donna e poi la pozza d’acqua.
Non c’è più caldo, la stagione delle piogge è vicina, ma non potremo godercela»
Reportage dal Ghana: Introduzione
26 gen
Stavo facendo un pò di pulizie sul portatile quando ho scovato alcuni documenti che avevo scritto per un reportage del mio viaggio in Ghana, che però non riuscimmo mai a pubblicare (e un pò me ne rammarico). Rileggerli è stato davvero un piacere, forse anche un segnale per il prossimo futuro. Pian piano pubblicherò i pezzi del reportage che ho scritto io, così non rischierò di perderli di vista come è successo finora.
Dopo il continua c’è l’introduzione al reportage.
«Questo reportage nasce dalla voglia di tirar fuori qualcosa che troppo presto e troppo facilmente annega, forse per paura di corromperne il senso, nei problemi e nelle gioie del quotidiano, ma che sopravvive, silenziosa, in qualche angolo nascosto dell’anima e della memoria, pronta a riemergere quando meno te l’aspetti: in metropolitana, dopo un esame, riascoltando nelle cuffie uno dei tanti pezzi che hanno scandito quelle giornate o in un lussuoso attico milanese giocando, con una carta appallottolata, un calcio spensierato e senza schemi come nella steppaglia di Jirapa.
In questo viaggio si è mosso un gruppo, diverse persone che raccontano le proprie impressioni raccolte sotto un’unica voce narrante. Di volta in volta sorpresa, scorbutica o afflitta. La voce di un volontario virtuale, sintesi arbitraria dei mille capitati in questa regione d’Africa. Pronti per una settimana o mesi a rifiutare, ingenuamente sorprendersi, cambiare. A dare impulso – e a rimorchio – all’avventura voluta da Paul, nato nel Burkina Faso, accolto in un orfanotrofio in Ghana e adottato a due anni da una famiglia italiana. Potendo così studiare, vivendo in Italia, Inghilterra, Stati Uniti, e poi di nuovo in Ghana, dedicandosi agli orfani, quasi a voler chiudere uno dei cerchi della sua vita.
Gli orfani in Ghana, oltre a non avere una famiglia in cui crescere, che in Africa significa minori possibilità di sopravvivere, sono anche vittime di una radicata credenza popolare, che li vede portatori di sfortuna, quindi discriminati, esclusi dalla vita sociale sin da piccolissimi. Paul ha rimesso nella Ray Foundation, l’associazione che ha fondato, un po’ della fortuna che gli è capitata da piccolo, ma ha avuto soprattutto la capacità di coinvolgere sponsor, amici e studenti, con la sua storia, con le sue idee e col suo fare ‘africano’.
E così in poco meno di due anni, a Jirapa, area rurale dell’Upper West Region, la più povera del Ghana, Paul è riuscito a costruire una nuova sede dell’orfanotrofio missionario e un knowledge center, per noi volontari semplicemente il “Centro”, che ospita 40 computer collegati a Internet mediante connessione satellitare, offre servizi di fax e telefonia, stampa e fotocopie, formazione informatica di base e condivide, tramite tecnologia wireless, la connessione ad Internet col vicino ospedale, l’amministrazione locale e la scuola secondaria femminile. I profitti del Centro vengono utilizzati per assicurare agli orfani le cure sanitarie e l’educazione necessaria per inserirsi nella comunità jirapese. Un’idea innovativa, quindi, per facilitare l’innesco di un processo di sviluppo economico e culturale che combatta l’abbandono di queste terre, affranchi le comunità locali dal sostegno esterno e sia un occasione di riscatto per soggetti deboli come gli orfani. E con una strategia precisa: affiancare attività di assistenza e imprenditoriali, raccogliere sul posto necessità e soluzioni, ottenere fondi, realizzare, consolidare e passare la mano ai ghanesi.»