Volevo fare il nerd.
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Burundi: weekend a Bujumbura
1 set
Il weekend inizia con un sorprendente anticipo, scopro da Alessandro che il venerdì, come il resto del weekend, i burundesi lo passano a fare sport oltre che a rilassarsi come tutti gli esseri umani. Ne approfitto quindi per rinfrescare un pò la grammatica francese e riposare, Alphonse rientra in casa alla solita ora con i biglietti per il bus che ci porterà l’indomani mattina a Bujumbura (per gli amici Buja), prima di dormire momento cinematografico con Ficarra e Picone.
Alphonse mi aveva rassicurato di aver preso i biglietti per una compagni affidabile, scopriamo purtroppo solo al momento di partire che il bus è guasto e viene sostituito da un servizio molto meno confortevole, ma di sicuro più avventuroso. L’essere bianco comporta ancora dei privilegi da queste parti, quindi sulla mia fila di sedili saremo solo in quattro, mentre dietro arriveranno anche a cinque o sei per fila; il conducente di questo “pulmino”, con evidenti problemi alla cinghia del motore, ogni tanto si gira verso di me quasi a voler essere rassicurato che mi stia godendo il viaggio. Il tempo di percorrenza inevitabilmente si allunga, un pò per la precaria situazione del mezzo, un pò perché i passeggeri chiedono continuamente soste per comprare banane o pomodori lungo i villaggi che costeggiano la tortuosa strada asfaltata.
L’arrivo a Buja ci consegna immediatamente un clima più umido e iniziamo a sudare copiosamente dopo solo pochi metri di cammino, Alphonse vuole prima farmi conoscere alcuni punti-chiave della città prima di recuperare l’auto. Passiamo a mangiare un boccone in un ristorante italiano, recuperiamo l’auto parcheggiata presso la Casa dei Saveriani e ci rifugiamo su una collina alla periferia della città per riposarci e goderci il panorama sul lago Tanganyka. Lungo la strada ci si imbatte in molteplici code di auto festanti (i festeggiamenti durano fino ad una settimana) e in schiere di giovani che corrono e cantano qualcosa che somiglia ad un inno.
Passo una notte un pò scomoda, ne approfitto quindi per divorare L’ombra del vento. Il risveglio è dolce come quelli di Ngozi per via del placido silenzio in cui si trova il Mont Sion; Alphonse decide di cambiare il programma rispetto a quanto mi aveva prospettato la sera a cena: ci rechiamo quindi di buon ora all’orfanotrofio delle missionarie di Calcuta, così il mio amico dottore può visitare un pò i bambini malati e seguire quelli appena guariti. Mentre lui si perde nell’ala riservata ai più piccoli, io resto circondato da quanti usciti dalla messa non hanno resistito all’attrazione di un giovane bianco tra le mura della loro casa. Stare dietro a tutte queste pesti mi ha già tolto le poche energie recuperate nella notte, la giornata continua quindi stancamente tra giri ‘turistici’ e incontri con altri contatti del posto; riprendiamo quindi la strada di casa, cerco di non abbandonarmi alla stanchezza e di essere una buona compagnia per Alphonse che guida, scatto qualche foto e smanetto sull’autoradio alla ricerca di un pò di musica. Cerco in ogni caso di godermi il paesaggio e ragiono su come la mia voglia di stare qui sia aumentata parecchio dalla prima volta che avevo percorso quella strada, a Bujumbura nonostante tutto non mi sono sentito veramente a mio agio e, quando percorriamo il tratto di strada che divide la scuola da casa, mi sento più al sicuro.
Lionel, il nuovo cuoco, non tradisce le attese, il weekend si chiude con la visione de Il postino, che, mea culpa, non avevo mai visto prima.