Volevo fare il nerd.
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Reportage dal Ghana: Giocare
19 feb
«Si vedono solo bianchi sulla spiaggia mentre ci godiamo il nostro bagno nell’oceano, il mare non è un granché. Noncuranti delle buste e dei residui di frutta che ogni tanto ci galleggiano intorno, dopo il velocissimo scatto verso le onde ci sentiamo ormai liberati da quel macigno che ci ha piegato le spalle per due settimane, il peso delle ingiustizie del mondo vissute sulla propria pelle.
Dopo qualche scambio a pallone con un paio di ghanesi, forse gli unici nei dintorni, ci ripariamo sotto il nostro gazebo, il sole comincia a farsi sentire. Cisko ordina qualcosa da bere e tanto per conservare il suo stile eclettico si inventa un mix di whisky e succo di mango, l’intruglio riscuote successo e presto ne avremo tutti un bicchiere. In lontananza si intravedono dei commercianti, hanno bonghi, bracciali, collane, cappelli e abiti tipici. La mercanzia è interessante ma i prezzi evidentemente gonfiati. Nonostante i mille dinieghi si riesce a scambiare qualche chiacchiera, a improvvisare qualche ritmo tribale e una partitella. Ancora una volta Cisko si distingue: è seduto sulla poltroncina, in una mano ha il suo drink e con l’altra manovra una specie di scatola, che un altro venditore gli ha appena passato. Mi riavvicino ai due, il venditore apre la scatola e, in un inglese fin troppo sciolto per il mio orecchio, inizia a spiegare a Cisko il meccanismo, si tratta di uno dei più diffusi giochi in Africa, in Ghana viene chiamato Owari.
Sembra addirittura che questo gioco fosse noto già agli antichi Egizi e ai Sumeri, ed è tuttora molto popolare per la sua facile realizzabilità: due file di sei buche, improvvisate per terra per una partita al volo, o su un piano, magari decorato, in legno, pietra o avorio, e quarantotto sassolini, sostituiti, durante la stagione secca, da semi. Owari è un gioco di strategia, richiede molta concentrazione e una forte capacità di prevedere prospettive vincenti di gioco: i semi vengono distribuiti ugualmente nelle buche, il primo giocatore sceglie da quale buca sulla propria riga estrarre i semi e ne rilascia uno per ogni buca che incontra percorrendo la tavola in senso orario. Se l’ultimo seme finisce in una buca della riga avversaria e nella buca ci sono due o tre semi questi vengono catturati e riposti nella buca più grande ai bordi del piano, a mò di punteggio. Il vincitore deve aver quindi svuotato tutte le buche avversarie catturando il maggior numero di semi possibili.
Facile, no? Eppure le prime due partite tra Cisko e il venditore scorrono senza che io ci capisca qualcosa, Cisko è in piena trance agonistica, si contorce sulla sedia e fissa la scatola da gioco. Il venditore mi invita a giocare, ma rifiuto cordialmente; avrei sfigurato almeno quanto Cisko, che però, alla terza, sembra prenderci gusto: il venditore mi lancia qualche sguardo compiaciuto, un po’ come un maestro fiero del suo allievo, alla fine Cisko vince ma l’impressione è che sia una mossa commerciale del venditore.
Owari è molto più di un gioco: il rumore dei sassolini lasciati cadere nelle buche, lo scorrere veloce delle mani sopra il piano di gioco, lo scambio di battute per deconcentrare l’avversario, i gesti del corpo e le espressioni del viso lo rendono quasi un rito e, infatti, compare spesso nei riti della fertilità, di iniziazione e in quelli funebri. Sempre secondo la tradizione, ai comuni mortali è lecito giocare solo durante il giorno, preferibilmente lungo l’asse percorso dal sole: le buche sono i mesi dell’anno e i semi rappresentano il trascorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni o dei raccolti. Di notte invece il gioco resta a disposizione di spiriti e stregoni: il piano si trasforma nel cielo e il giro dei sassolini rappresenta quello delle stelle.
Una leggenda Ashanti spiega che la parola Owari deriva dal termine Warri, che significa sposare, in quanto un uomo e una donna decisero di sposarsi per avere più tempo per poter giocare. Il gioco, col passare del tempo, è però diventato un momento collettivo, in cui gli spettatori diventano suggeritori, i bambini si sfidano per avere la meglio sui propri compagni di scuola durante le lezioni di aritmetica e gli uomini per dimostrare la loro virilità. Sebbene la complessità di gioco di Owari sia all’altezza di quella dei nostri scacchi, il paragone è filosoficamente inconsistente: gli scacchi sono la simulazione di una battaglia medievale il cui obiettivo è la distruzione dell’avversario, in Owari è persino vietato, a meno che non si tratti di una mossa obbligata, far morire di carestia l’avversario, cioè lasciarlo con le buche vuote , segno della solidarietà contadina che ancora si vive in Ghana.»