Stavo facendo un pò di pulizie sul portatile quando ho scovato alcuni documenti che avevo scritto per un reportage del mio viaggio in Ghana, che però non riuscimmo mai a pubblicare (e un pò me ne rammarico). Rileggerli è stato davvero un piacere, forse anche un segnale per il prossimo futuro. Pian piano pubblicherò i pezzi del reportage che ho scritto io, così non rischierò di perderli di vista come è successo finora.

Dopo il continua c’è l’introduzione al reportage.

«Questo reportage nasce dalla voglia di tirar fuori qualcosa che troppo presto e troppo facilmente annega, forse per paura di corromperne il senso, nei problemi e nelle gioie del quotidiano, ma che sopravvive, silenziosa, in qualche angolo nascosto dell’anima e della memoria, pronta a riemergere quando meno te l’aspetti: in metropolitana, dopo un esame, riascoltando nelle cuffie uno dei tanti pezzi che hanno scandito quelle giornate o in un lussuoso attico milanese giocando, con una carta appallottolata, un calcio spensierato e senza schemi come nella steppaglia di Jirapa.

In questo viaggio si è mosso un gruppo, diverse persone che raccontano le proprie impressioni raccolte sotto un’unica voce narrante. Di volta in volta sorpresa, scorbutica o afflitta. La voce di un volontario virtuale, sintesi arbitraria dei mille capitati in questa regione d’Africa. Pronti per una settimana o mesi a rifiutare, ingenuamente sorprendersi, cambiare. A dare impulso – e a rimorchio – all’avventura voluta da Paul, nato nel Burkina Faso, accolto in un orfanotrofio in Ghana e adottato a due anni da una famiglia italiana. Potendo così studiare, vivendo in Italia, Inghilterra, Stati Uniti, e poi di nuovo in Ghana, dedicandosi agli orfani, quasi a voler chiudere uno dei cerchi della sua vita.

Gli orfani in Ghana, oltre a non avere una famiglia in cui crescere, che in Africa significa minori possibilità di sopravvivere, sono anche vittime di una radicata credenza popolare, che li vede portatori di sfortuna, quindi discriminati, esclusi dalla vita sociale sin da piccolissimi. Paul ha rimesso nella Ray Foundation, l’associazione che ha fondato, un po’ della fortuna che gli è capitata da piccolo, ma ha avuto soprattutto la capacità di coinvolgere sponsor, amici e studenti, con la sua storia, con le sue idee e col suo fare ‘africano’.

E così in poco meno di due anni, a Jirapa, area rurale dell’Upper West Region, la più povera del Ghana, Paul è riuscito a costruire  una nuova sede dell’orfanotrofio missionario e un knowledge center, per noi volontari semplicemente il “Centro”, che ospita 40 computer collegati a Internet mediante connessione satellitare, offre servizi di fax e telefonia, stampa e fotocopie, formazione informatica di base e condivide, tramite tecnologia wireless, la connessione ad Internet col vicino ospedale, l’amministrazione locale e la scuola secondaria femminile. I profitti del Centro vengono utilizzati per assicurare agli orfani le cure sanitarie e l’educazione necessaria per inserirsi nella comunità jirapese. Un’idea innovativa, quindi, per facilitare l’innesco di un processo di sviluppo economico e culturale che combatta l’abbandono di queste terre, affranchi le comunità locali dal sostegno esterno e sia un occasione di riscatto per soggetti deboli come gli orfani. E con una strategia precisa: affiancare attività di assistenza e imprenditoriali, raccogliere sul posto necessità e soluzioni, ottenere fondi, realizzare, consolidare e passare la mano ai ghanesi.»