Lino e Domenico sono venuti da Ngozi per portarmi su, sono due tipi simpatici, ma mi sembrano anche loro un po’ ossessionati dalle cose negative piuttosto che da quelle positive. Cerco quindi di portare il discorso su temi che mi interessano, prima di partire non mi ero posto tante questioni che ora erano lì tutte insieme a spingere, a fracassarmi le tempie. Sento ancora quella sensazione al ventre, cerco di distrarmi godendomi lo splendido paesaggio fatto di campi di banane, caffè, mango e quant’altro. Il flusso di persone ai bordi delle strade non tende a diminuire neppure sulle vette più ripide, ogni tanto da qualche curva spuntano, lanciati come dei siluri, volti divertiti di ragazzi in bicicletta; un’altra grande attrazione sono i vestiti delle donne, colori molto sgargianti, abbinamenti tra moda europea e folklore locale, è comunque qualcosa di nuovo rispetto al Ghana dove i colori dominanti nell’abbigliamento femminile sono legati all’appartenenza etnica.

A casa conosco Alphonse, è un medico congolese impegnato a Ngozi da 3 anni, sarà il mio coinquilino per questi quattro mesi ed è una fortuna, perché lui mi lancia finalmente un segnale di ottimismo, mi consiglia di non trarre frettolose considerazioni. Mi conquista definitivamente quando, dopo cena, propone di vedere assieme “I cento passi”, non può sapere che si tratta del mio film preferito. La notte non passa certo facilmente, dormo poco ma sento che pensare mi aiuta a sciogliere il groviglio.

La prima giornata a scuola trascorre bene, familiarizzo con Renè, il responsabile della scuola, e conosco qualche professore e studente, tutti sanno già perché sono lì e le loro speranze attorno al mio impegno futuro è un’altra sensazione di cui faccio tesoro per tirarmi su. Nel pomeriggio scelgo anche di recarmi a scuola a piedi, penso che è bene che la gente qui attorno prenda confidenza con la mia faccia, durante il tragitto, neppure troppo lungo, ho quasi sempre lo sguardo rivolto verso l’orizzonte o verso il basso, eppure gli sguardi me li sento puntati addosso, oltre ai soliti commenti ripieni del termine ‘muzumbu’ (che vuol dire ‘bianco’ in kiroundi, la lingua locale). I bambini che incrocio la ripetono fino a quando non sono ormai lontano da loro, qualcuno prova anche a seguirmi, io cerco di non lasciarmi troppo andare, ma qualche sorriso o qualche saluto inevitabilmente mi scappa. Farò così tante volte questa strada nei prossimi quattro mesi, ma spero che l’entusiasmo di questi bambini non si plachi col tempo, mi renderebbero la giornata meno serena.