Conosci Francine? No, mamma, chi è? Francine è una donna a cui il marito ha mozzato entrambe le braccia a colpi di machete per non aver partorito un figlio maschio. È un caso un po’ estremo che rappresenta lo stato della donna in Burundi e come è concepita all’interno dell’attuale sistema socio-culturale.
Le donne si occupano dei tanti figli, della gestione della casa e spesso sono costrette anche a lavorare nei campi o al mercato, a dispetto dei loro uomini che trascorrono il loro tempo tra un bar e l’altro. Le donne trasportano per chilometri mattoni, banane, legna e bidoni d’acqua, con in groppa un figlio troppo piccolo per camminare e per cavarsela da solo.

Il valore di una donna viene calcolato in base al numero di figli che riesce a dare al mondo, una volta, mi dicono, dieci figli era considerato un buon numero, ora invece – continuano – non ci sono più le donne di una volta. È per questo che storie come quelle di Francine diventano vere, ma in casi meno drammatici e più numerosi gli uomini abbandonano la propria moglie e ne scelgono una più giovane che possa figliare. Questo atteggiamento, che genera un numero di abbandoni di figli incredibile, è giustificato persino da chi dovrebbe avere una cultura più aperta, come un prof del liceo: secondo lui cambiare moglie è una necessità statistica, in quanto al momento la popolazione burundese è composta per il 60% di donne (gli uomini sono stati in gran parte massacrati durante il genocidio).

Nonostante lo scenario appena descritto, le donne burundesi si contraddistinguono per un’innata gentilezza e disponibilità, tra tutti i ricordi spicca quello della madre di René, che mi presenta simpaticamente alle sue colleghe infermiere come suo figlio adottivo, che non smette mai di ringraziarmi, sebbene sia io l’ospite in casa sua, e si scusa fintroppo per l’inadeguatezza del cibo e del letto che può offrirmi. Io al contrario ero lì proprio per tutto quello che lei così affannosamente cercava di rendermi lussuoso: sei uno strano bianco – conclude.