Volevo fare il nerd.
Mondo
Burundi: alti e bassi
7 set
I giorni passano e me ne rendo conto man mano che le mie riserve di Malarone si riducono, è stata una settimana di alti e bassi, di attese, noia, prospettive, noia, sudoku, lunghi riposi. Parto dalle note un po’ più nostalgiche: Alphonse parte giovedì per l’Italia, per poi recarsi in Darfur; mi troverò quindi in questa casa enorme da solo, non so se ci sarà il tempo di trovare un sostituto, resterà comunque insostituibile sul piano umano per avermi dato la netta impressione, in sole due settimane, di considerarmi un fratello minore a cui lasciare in eredità tutto quello che lui, insieme a Marco e Paolo, ha costruito tra queste quattro mura e non solo.
Le buone notizie arrivano invece dall’Italia e mi lasciano la possibilità di sognare un bel tour per il continente, a quanto pare è cosa fatta la partecipazione mia e di René ad un progetto di installazione di sistemi satellitari per conto dell’ESA in Congo e Burkina-Faso. Non nascondo che l’entusiasmo è stato così tanto da andare a vedere quanto vicino a Jirapa sarei riuscito ad arrivare, quasi a voler ripescare quell’Africa che mi è entrata nel cuore qualche anno fa. L’entusiasmo s’è subito scontrato con la burocrazia, da un primo giro di consultazioni ottenere un visto del Burkina-Faso in Burundi è impresa ardua almeno quanto quella di trovare qualcuno di Pozzallo a Breda di Piave. Ma fa anche questo parte del gioco…
Per chiudere una nota di colore: venerdì, mentre rientro dalla scuola, mi accorgo che tutti gli edifici lungo la strada principale sono decorati con rami di banano; dall’andirivieni di gente percepisco che ci dev’essere qualcosa nell’aria. Stany, il mio uomo delle pulizie, mi dice che il Presidente è a Ngozi, sua terra natale, ma resto abbastanza stupito nel non aver visto cortei o festeggiamenti. La smentita non si fa attendere troppo, il corteo, rumoroso e colorato, parte al mattino presto di sabato e si estingue solo nel tardo pomeriggio. È una sfilata chilometrica di gente proveniente da tutto il nord per la festa del partito: gli uomini giovani corrono e sventolano bandiere, le donne cantano al ritmo delle mani oppure danzano, c’è spazio anche per militanti molto giovani e per i tradizionali danzatori. Io non riesco a trattenermi e scatto foto senza troppo pudore, la reazione è più divertita che indispettita; chiunque passi mi lancia almeno uno sguardo, un bianco fa sempre notizia anche di fronte alla festa del Presidente. Penso comunque che vivere così felicemente la politica non può essere che un bene per questa gente, che ha sofferto troppo nel passato recente perché politici scaltri, con l’appoggio di qualche governo europeo, hanno istillato l’odio tra alti (tutsi) e bassi (hutu), scatenando uno dei drammi più terribili (e privi di senso) della storia dell’Africa e del mondo intero.
Tra una settimana inizia la scuola, mai stato contento di un simile evento!
Burundi: weekend a Bujumbura
1 set
Il weekend inizia con un sorprendente anticipo, scopro da Alessandro che il venerdì, come il resto del weekend, i burundesi lo passano a fare sport oltre che a rilassarsi come tutti gli esseri umani. Ne approfitto quindi per rinfrescare un pò la grammatica francese e riposare, Alphonse rientra in casa alla solita ora con i biglietti per il bus che ci porterà l’indomani mattina a Bujumbura (per gli amici Buja), prima di dormire momento cinematografico con Ficarra e Picone.
Alphonse mi aveva rassicurato di aver preso i biglietti per una compagni affidabile, scopriamo purtroppo solo al momento di partire che il bus è guasto e viene sostituito da un servizio molto meno confortevole, ma di sicuro più avventuroso. L’essere bianco comporta ancora dei privilegi da queste parti, quindi sulla mia fila di sedili saremo solo in quattro, mentre dietro arriveranno anche a cinque o sei per fila; il conducente di questo “pulmino”, con evidenti problemi alla cinghia del motore, ogni tanto si gira verso di me quasi a voler essere rassicurato che mi stia godendo il viaggio. Il tempo di percorrenza inevitabilmente si allunga, un pò per la precaria situazione del mezzo, un pò perché i passeggeri chiedono continuamente soste per comprare banane o pomodori lungo i villaggi che costeggiano la tortuosa strada asfaltata.
L’arrivo a Buja ci consegna immediatamente un clima più umido e iniziamo a sudare copiosamente dopo solo pochi metri di cammino, Alphonse vuole prima farmi conoscere alcuni punti-chiave della città prima di recuperare l’auto. Passiamo a mangiare un boccone in un ristorante italiano, recuperiamo l’auto parcheggiata presso la Casa dei Saveriani e ci rifugiamo su una collina alla periferia della città per riposarci e goderci il panorama sul lago Tanganyka. Lungo la strada ci si imbatte in molteplici code di auto festanti (i festeggiamenti durano fino ad una settimana) e in schiere di giovani che corrono e cantano qualcosa che somiglia ad un inno.
Passo una notte un pò scomoda, ne approfitto quindi per divorare L’ombra del vento. Il risveglio è dolce come quelli di Ngozi per via del placido silenzio in cui si trova il Mont Sion; Alphonse decide di cambiare il programma rispetto a quanto mi aveva prospettato la sera a cena: ci rechiamo quindi di buon ora all’orfanotrofio delle missionarie di Calcuta, così il mio amico dottore può visitare un pò i bambini malati e seguire quelli appena guariti. Mentre lui si perde nell’ala riservata ai più piccoli, io resto circondato da quanti usciti dalla messa non hanno resistito all’attrazione di un giovane bianco tra le mura della loro casa. Stare dietro a tutte queste pesti mi ha già tolto le poche energie recuperate nella notte, la giornata continua quindi stancamente tra giri ‘turistici’ e incontri con altri contatti del posto; riprendiamo quindi la strada di casa, cerco di non abbandonarmi alla stanchezza e di essere una buona compagnia per Alphonse che guida, scatto qualche foto e smanetto sull’autoradio alla ricerca di un pò di musica. Cerco in ogni caso di godermi il paesaggio e ragiono su come la mia voglia di stare qui sia aumentata parecchio dalla prima volta che avevo percorso quella strada, a Bujumbura nonostante tutto non mi sono sentito veramente a mio agio e, quando percorriamo il tratto di strada che divide la scuola da casa, mi sento più al sicuro.
Lionel, il nuovo cuoco, non tradisce le attese, il weekend si chiude con la visione de Il postino, che, mea culpa, non avevo mai visto prima.
Burundi: italiani a Ngozi
28 ago
È passata la prima settimana e posso ritenermi soddisfatto, a scuola ho fatto conoscenza con diversi professori ma mi manca ancora il pezzo grosso, Monsieur le Directeur, mentre con René il feeling è già abbastanza consolidato. Risolti i problemi al PDC (Primary Domain Controller) in Samba e ad una stampante, sono passato a studiare una bozza di progetto per spingere i professori e gli studenti ad utilizzare Internet per lo didattica; è probabile che già nel weekend riesca ad elaborare un documento da discutere con i miei referenti in Italia.
In casa c’è aria di cambiamenti, Lino, Domenico e Luigi sono partiti stamattina in direzione Vicenza, mentre in cucina Lionel dovrebbe definitivamente sostituire Claude per la settimana prossima, sperando che a pagare dazio non debbano essere gli apparati digestivi mio e di Alphonse.
In questi giorni ho avuto anche modo di conoscere qualche italiano presente a Ngozi, in particolare Alessandro, abbastanza giovane, venuto da Verona, è responsabile del laboratorio informatico della scuola paramedica situata proprio a metà strada tra casa mia e il liceo dove lavoro; quindi suor Bruna, bresciana ma ormai burundese d’adozione essendo in zona da una trentina d’anni, ha il merito, per me infinito, di portarci il pane ogni giorno, quasi da non rimpiangere quello della mia terra. Credo che suor Bruna diventerà un riferimento certo per me, durante il weekend potrei andarla a trovare facilmente e passare un po’ di tempo coi ragazzi che toglie dalla strada e cerca di impegnare con un po’ di lavori manuali e qualche lezione di lettura e scrittura.
Programmi per il weekend: discesa in bus a Bujumbura con Alphonse per recuperare il pick-up, ripasso di francese e qualche lavoro in sospeso per l’Italia.
Burundi: prime sensazioni
25 ago
Lino e Domenico sono venuti da Ngozi per portarmi su, sono due tipi simpatici, ma mi sembrano anche loro un po’ ossessionati dalle cose negative piuttosto che da quelle positive. Cerco quindi di portare il discorso su temi che mi interessano, prima di partire non mi ero posto tante questioni che ora erano lì tutte insieme a spingere, a fracassarmi le tempie. Sento ancora quella sensazione al ventre, cerco di distrarmi godendomi lo splendido paesaggio fatto di campi di banane, caffè, mango e quant’altro. Il flusso di persone ai bordi delle strade non tende a diminuire neppure sulle vette più ripide, ogni tanto da qualche curva spuntano, lanciati come dei siluri, volti divertiti di ragazzi in bicicletta; un’altra grande attrazione sono i vestiti delle donne, colori molto sgargianti, abbinamenti tra moda europea e folklore locale, è comunque qualcosa di nuovo rispetto al Ghana dove i colori dominanti nell’abbigliamento femminile sono legati all’appartenenza etnica.
A casa conosco Alphonse, è un medico congolese impegnato a Ngozi da 3 anni, sarà il mio coinquilino per questi quattro mesi ed è una fortuna, perché lui mi lancia finalmente un segnale di ottimismo, mi consiglia di non trarre frettolose considerazioni. Mi conquista definitivamente quando, dopo cena, propone di vedere assieme “I cento passi”, non può sapere che si tratta del mio film preferito. La notte non passa certo facilmente, dormo poco ma sento che pensare mi aiuta a sciogliere il groviglio.
La prima giornata a scuola trascorre bene, familiarizzo con Renè, il responsabile della scuola, e conosco qualche professore e studente, tutti sanno già perché sono lì e le loro speranze attorno al mio impegno futuro è un’altra sensazione di cui faccio tesoro per tirarmi su. Nel pomeriggio scelgo anche di recarmi a scuola a piedi, penso che è bene che la gente qui attorno prenda confidenza con la mia faccia, durante il tragitto, neppure troppo lungo, ho quasi sempre lo sguardo rivolto verso l’orizzonte o verso il basso, eppure gli sguardi me li sento puntati addosso, oltre ai soliti commenti ripieni del termine ‘muzumbu’ (che vuol dire ‘bianco’ in kiroundi, la lingua locale). I bambini che incrocio la ripetono fino a quando non sono ormai lontano da loro, qualcuno prova anche a seguirmi, io cerco di non lasciarmi troppo andare, ma qualche sorriso o qualche saluto inevitabilmente mi scappa. Farò così tante volte questa strada nei prossimi quattro mesi, ma spero che l’entusiasmo di questi bambini non si plachi col tempo, mi renderebbero la giornata meno serena.
Burundi: genesi
25 ago
Partire col piede sbagliato, o meglio partire col piede giusto ma il giorno sbagliato: è andata più o meno così, forse l’ansia di partire o piuttosto la scarsa concentrazione sull’impresa. Insomma mi presento a Roma Fiumicino in anticipo di 30 ore, una di quelle cose che fino a poco tempo fa non mi sarebbe mai accaduta, segno forse che andarmene in giro non è più mestiere per me.
La controindicazione peggiore di questa distrazione resta comunque il dover restare a contatto altro tempo con gente di Roma, perché la misura è già colma in Stazione Termini con disagi per il trasporto in aeroporto, giri inutili, parcheggi selvaggi… Tutti questi pensieri mi consentono di raggiungere l’ambita carica di “milanese d’adozione”.
Vi risparmio tutto quello che succede finquando il mio culo bianco non arriva sul volo ET703 diretto ad Addis Ababa, nottata quasi insonne dato che il mondo ancora non riesce a concepire sedili per persone alte più di 170 centimetri. Nel transfer etiope la mia attenzione si concentra su quanti hanno condiviso con me il viaggio precedente, per individuare dei volti amici, che potessero in qualche modo colmare il fatto che viaggiassi da solo. Quindi rapido scalo a Kigali (Rwanda), di cui mi ricorderò lo scarico molto poco ortodosso dei bagagli, scaricati da un giovane arrampicatosi sull’aereo. Si arriva a Bujumbura, non mi viene controllato il visto (vale la pena rinnovarlo tra due mesi allora?) mentre i bagagli vengono setacciati da cima a fondo, quando poi dico di essere un volontario tutto si risolve con una risata e una pacca sulla spalla.
È ora per le prime impressioni burundesi, rispetto al Ghana mi sembra soprattutto che qui ci sia tanta gente, scopro infatti da Manfredo che il Burundi (insieme forse al Rwanda) è il Paese con la maggiore concentrazione di abitanti in rapporto all’estensione del territorio. Arrivato alla residenza dei Saveriani non ho molte forze se non per farmi una doccia, sistemare la zanzariera sul mio letto e cadere in letargo, interrotto solo un paio d’ore della cena passate a sentire racconti, non troppo rassicuranti, da Claudine, Padre Bruno (uno dei primi italiani installatisi in Burundi) e Padre Giovanni. Intravedo nei loro racconti del cinismo un po’ snob, è difficile non farsi influenzare e difatti è così, rientrato in camera provo a fare meditazione ma quello che sento è proprio qualcosa che mi prende alle budella, mi turba il respiro e quasi mi soffoca. Mi butto sul letto, la stanchezza mi trascina in un sonno profondo.
Riprendere Jirapa…
20 ago

..non per un partito nè una bandiera, ma per lo sguardo stupito e gli occhi dolci dei bambini..
Reportage dal Ghana: Pagare
13 mar
«Il sito ViaggiareInformati probabilmente consiglia di munirsi di adeguata quantità di valuta locale prima di affrontare un viaggio in Ghana, ma il problema non mi sfiora, convinto della forza e della popolarità dei miei euro e della mia carta di credito (sigh!). Simone ha con sé appena quarantamila cedis poco meno di quattro euro, e li utilizza per pagare lo sciame di persone che ci aiuta coi bagagli appena usciti dall’aeroporto.
È sera, le banche sono chiuse e dobbiamo cenare. Richard, l’autista, ci rassicura e addirittura ci garantisce un servizio più vantaggioso delle banche, imbocca una piccola strada, costeggiata da baracche e dove vedo qualche bambino dormire sul marciapiede, e inizia lo spettacolo: chi inizia a urlare, chi gesticola numeri e ci invita a fermarci. Simone sa già tutto, ghigna e si gode le nostre facce spaesate, forse impaurite.
Si apre il portellone laterale, sale un uomo giovane, ha tra le mani una calcolatrice, scambia qualche battuta con Richard, che mostra il suo dissenso oscillando ampiamente il capo, in pieno ’stile Africa’, mentre continua a guidare. L’uomo con la calcolatrice alza la voce, cerca di richiamare l’attenzione del nostro driver alle prese con un altro giovane al finestrino. Sostituzione: esce il primo ed entra l’altro, questa volta Richard sembra convinto anche se continua a lanciare qualche sguardo ai bordi della strada, alla ricerca dell’offerta dell’ultimo minuto. L’ospite batte sulla sua calcolatrice 11.700 (per 1 euro), Richard accetta e ci chiede quanti euro vogliamo cambiare. È fatta, abbiamo il nostro primo milione di cedis!
Una scena altrettanto ‘avventurosa’ si ripete in un villaggio vicino Kumasi, a metà della traversata del Paese. Richard ci porta da un suo amico, ma parcheggia a distanza per evitare problemi con la polizia. Rino scende e si perde tra le bancarelle di frutta e le capre che camminano libere per strada, io e Cisko invece non perdiamo di vista il nostro fedele autista, gli altri restano in macchina. Ci fermiamo sull’uscio della baracca dell’amico di Richard, ci sono un giovane in piedi, che saluta Richard, e un vecchio seduto su una cassa. Richard si intende velocemente col suo compare e ci intrufoliamo tutti in casa, questa volta non si contratta, il prezzo è fisso ma comunque conveniente, nella massima discrezione ci procuriamo quel che basta per il carburante del nostro mezzo e torniamo indietro. Sulla strada incrociamo Rino, è circondato da bambini che si aggrappano alla sua camicia di lino e donne che tentano di vendergli banane, cocco, capre e indumenti.
Le banconote che ci sono capitate tra le mani sono un indice perfetto della povertà di questa gente, tutti i pezzi da ventimila cedis sono immacolati, sembrano appena usciti da un bancomat. Tutto sta forse in quella soglia, quasi surreale nell’immaginario dei ricchi, tracciata dalle grandi organizzazioni internazionali che divide la povertà estrema (quella da un dollaro al giorno) da quella così così. Questa mia impressione la ritrovo anche nelle stampe sulle banconote. I tagli piccoli e le monete fanno riferimento alla pesca, alle coltivazioni di cacao, al commercio della legna e ad alcuni strumenti musicali tipici. I tagli maggiori (diecimila e ventimila cedis) mostrano visi autorevoli, uomini in giacca e cravatta. Nelle infinite chiacchiere della traversata qualcuno, lavorando di fantasia, ipotizza addirittura che esistano banconote da cinquantamila cedis, ma non avremo conferma della loro esistenza; o forse sono solo una leggenda metropolitana, una speranza per chi vuole ambire a qualcosa di più? È troppo difficile per noi integrarci con la moneta ghanese, quello che per loro è troppo per noi è sempre troppo poco: come quando, in un caldo pomeriggio, il guardiano del Centro, seduto di fianco a Vida sotto il grande albero del giardino, mi chiede se gradisco del mango. Incuriosito da qualcosa che non avevo mai assaggiato, accetto; apro il mio portafoglio e tiro fuori un pezzo da diecimila, il guardiano prende la banconota, la rigira su sé stessa, poi solleva lo sguardo verso di me e con un ampio sorriso mi chiede: «Vuoi che ti compri tutto l’albero?». Vida scoppia in una fragorosa risata, la situazione dovrebbe essere imbarazzante, ma fortunatamente per me non lo è, quindi mi affretto a cambiare dalla mano del guardiano il pezzo da diecimila con una da cinquemila. Ritornerà dal mercato comunque con due sacchetti pieni di frutta, da averne per il resto della permanenza, forse erano troppi anche cinquemila cedis per la mia ‘voglia di qualcosa di buono’.
Reportage dal Ghana: Giocare
19 feb
«Si vedono solo bianchi sulla spiaggia mentre ci godiamo il nostro bagno nell’oceano, il mare non è un granché. Noncuranti delle buste e dei residui di frutta che ogni tanto ci galleggiano intorno, dopo il velocissimo scatto verso le onde ci sentiamo ormai liberati da quel macigno che ci ha piegato le spalle per due settimane, il peso delle ingiustizie del mondo vissute sulla propria pelle.
Dopo qualche scambio a pallone con un paio di ghanesi, forse gli unici nei dintorni, ci ripariamo sotto il nostro gazebo, il sole comincia a farsi sentire. Cisko ordina qualcosa da bere e tanto per conservare il suo stile eclettico si inventa un mix di whisky e succo di mango, l’intruglio riscuote successo e presto ne avremo tutti un bicchiere. In lontananza si intravedono dei commercianti, hanno bonghi, bracciali, collane, cappelli e abiti tipici. La mercanzia è interessante ma i prezzi evidentemente gonfiati. Nonostante i mille dinieghi si riesce a scambiare qualche chiacchiera, a improvvisare qualche ritmo tribale e una partitella. Ancora una volta Cisko si distingue: è seduto sulla poltroncina, in una mano ha il suo drink e con l’altra manovra una specie di scatola, che un altro venditore gli ha appena passato. Mi riavvicino ai due, il venditore apre la scatola e, in un inglese fin troppo sciolto per il mio orecchio, inizia a spiegare a Cisko il meccanismo, si tratta di uno dei più diffusi giochi in Africa, in Ghana viene chiamato Owari.
Sembra addirittura che questo gioco fosse noto già agli antichi Egizi e ai Sumeri, ed è tuttora molto popolare per la sua facile realizzabilità: due file di sei buche, improvvisate per terra per una partita al volo, o su un piano, magari decorato, in legno, pietra o avorio, e quarantotto sassolini, sostituiti, durante la stagione secca, da semi. Owari è un gioco di strategia, richiede molta concentrazione e una forte capacità di prevedere prospettive vincenti di gioco: i semi vengono distribuiti ugualmente nelle buche, il primo giocatore sceglie da quale buca sulla propria riga estrarre i semi e ne rilascia uno per ogni buca che incontra percorrendo la tavola in senso orario. Se l’ultimo seme finisce in una buca della riga avversaria e nella buca ci sono due o tre semi questi vengono catturati e riposti nella buca più grande ai bordi del piano, a mò di punteggio. Il vincitore deve aver quindi svuotato tutte le buche avversarie catturando il maggior numero di semi possibili.
Facile, no? Eppure le prime due partite tra Cisko e il venditore scorrono senza che io ci capisca qualcosa, Cisko è in piena trance agonistica, si contorce sulla sedia e fissa la scatola da gioco. Il venditore mi invita a giocare, ma rifiuto cordialmente; avrei sfigurato almeno quanto Cisko, che però, alla terza, sembra prenderci gusto: il venditore mi lancia qualche sguardo compiaciuto, un po’ come un maestro fiero del suo allievo, alla fine Cisko vince ma l’impressione è che sia una mossa commerciale del venditore.
Owari è molto più di un gioco: il rumore dei sassolini lasciati cadere nelle buche, lo scorrere veloce delle mani sopra il piano di gioco, lo scambio di battute per deconcentrare l’avversario, i gesti del corpo e le espressioni del viso lo rendono quasi un rito e, infatti, compare spesso nei riti della fertilità, di iniziazione e in quelli funebri. Sempre secondo la tradizione, ai comuni mortali è lecito giocare solo durante il giorno, preferibilmente lungo l’asse percorso dal sole: le buche sono i mesi dell’anno e i semi rappresentano il trascorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni o dei raccolti. Di notte invece il gioco resta a disposizione di spiriti e stregoni: il piano si trasforma nel cielo e il giro dei sassolini rappresenta quello delle stelle.
Una leggenda Ashanti spiega che la parola Owari deriva dal termine Warri, che significa sposare, in quanto un uomo e una donna decisero di sposarsi per avere più tempo per poter giocare. Il gioco, col passare del tempo, è però diventato un momento collettivo, in cui gli spettatori diventano suggeritori, i bambini si sfidano per avere la meglio sui propri compagni di scuola durante le lezioni di aritmetica e gli uomini per dimostrare la loro virilità. Sebbene la complessità di gioco di Owari sia all’altezza di quella dei nostri scacchi, il paragone è filosoficamente inconsistente: gli scacchi sono la simulazione di una battaglia medievale il cui obiettivo è la distruzione dell’avversario, in Owari è persino vietato, a meno che non si tratti di una mossa obbligata, far morire di carestia l’avversario, cioè lasciarlo con le buche vuote , segno della solidarietà contadina che ancora si vive in Ghana.»
Reportage dal Ghana: Lawra
30 gen
«A una sessantina di chilometri da Jirapa c’è Lawra, occasione di una gita fuori porta, a visitare la scuola dove insegna Maria, volontaria italiana laureata in astrofisica a Londra. Saliamo sul pulmino giallo che ci mostrano orgogliosi i nostri accompagnatori. Ha un’aria tutt’altro che confortevole e sicura, un po’ come il resto dei mezzi che ci ha ospitato sinora, ma questo, proprio perché arricchiti delle esperienze pregresse, è davvero il top: manca uno dei vetri davanti, ma non il corrispondente tergicristallo, i sedili sono instabili, ma comodi, la sicurezza è comunque garantita, c’è un estintore!
La strada non aiuta il mezzo e non gli rende, forse, neppure il giusto onore ai nostri occhi occidentali. Tra Jirapa e Lawra non c’è asfalto e spesso mi capita di sentire qualche sasso che colpisce la parte bassa del nostro pulmino. L’autista, nonostante tutto, viaggia spedito, sollevando una nube rossa in coda, e non rallenta neppure quando ai bordi del percorso incrocia una donna che porta dell’acqua o un bambino con la divisa scolastica. Paradossalmente, chi si lamenta di più dell’afa è Paul. Forse, noialtri, c’atteggiamo a viaggiatori.
Penso ai rischi di chi costeggia quella strada, ma subito smetto, sono pensieri inopportuni, mi dico, e passo a godermi il paesaggio dal finestrino. Non ho mai guidato in vita mia, forse proprio perché adoro raccogliere i tanti dettagli che scorrono ai bordi della strada e sono stato abituato bene a farlo già da quando andavo al mare con la mia famiglia. Difficile paragonare le conifere della Foresta Umbra con le desolate distese ghanesi, ma la mente fa brutti scherzi e, quando intravedo sullo sfondo dell’acqua, mi chiedo effettivamente se non ci siamo teletrasportati in Italia. In realtà è solo una piccola pozza d’acqua torbida: le donne lo usano per lavarci i panni, qualche bambino ci sguazza. Altre donne con recipienti in testa, incrociate poco dopo, sciolgono definitivamente il mio dubbio sull’uso alimentare dell’acqua stessa.
Siamo quasi arrivati, lancio qualche saluto ai bambini di un piccolo agglomerato lungo la strada e trattengo un po’ il fiato quando il nostro autista stranamente preme sul freno e attraversa a rilento un paio di ponti. L’accoglienza è la solita: ringraziamenti, attestati aprioristici di stima e tanti complimenti dal preside e da un manipolo di insegnanti radunati all’ingresso. Gli studenti ci vedono subito e ci seguono, lo fanno per l’intera giornata, ma non si avvicinano mai troppo, forse temono di esserci d’impaccio o forse fanno il tifo per noi. O diffidano?
Il lavoro è lungo e stancante, non mangiamo nulla, solo qualche frutto portato da Maria. Gli studenti restano fuori dell’aula, sui loro volti si alternano stupore, sorrisi e sbadigli. Lasciamo Lawra quando il sole è già tramontato da tempo, risaliamo sul pulmino giallo col sorriso stampato in volto per l’ottimo lavoro.
L’autista, noncurante del buio, spinge sull’acceleratore, sarà stanco anche lui ma noi ormai non ci facciamo più caso, ha conquistato la nostra fiducia all’andata. Poi un lampo e subito un tuono, cade qualche goccia, piove. E piove a dirotto, l’acqua ci arriva direttamente in faccia dato che manca parte del vetro davanti, l’autista corre, sembra divertirsi e noi ridiamo, siamo dalla sua parte. Il paesaggio appare e scompare con la luce dei lampi, nel frastuono dei tuoni compare ancora qualcuno ai bordi della strada, vedo una donna e poi la pozza d’acqua.
Non c’è più caldo, la stagione delle piogge è vicina, ma non potremo godercela»
