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	<title>futurbaggio.com &#187; Mondo</title>
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		<title>Lo chiamano Ghetto, ma io ho visto altro</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 19:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>futurbaggio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso ci sentiamo dire, forse con troppa retorica, che non serve immaginare luoghi esotici e lontani per trovare qualcosa di straordinario. Ed è quello che mi è successo quest’estate, quando ho deciso di partecipare ad ‘Io ci sto’, il campo di volontariato che da qualche anno Padre Arcangelo organizza per offrire sostegno ai migranti impegnati <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/lo-chiamano-ghetto-ma-io-ho-visto-altro/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso ci sentiamo dire, forse con troppa retorica, che non serve immaginare luoghi esotici e lontani per trovare qualcosa di straordinario. Ed è quello che mi è successo quest’estate, quando ho deciso di partecipare ad ‘Io ci sto’, il campo di volontariato che da qualche anno Padre Arcangelo organizza per offrire sostegno ai migranti impegnati nelle nostre campagne.<br />
Raccontare qualcosa di straordinario non è mai facile e, d’altronde, potrei dirvi quello che ogni estate giornali e TV raccontano nei loro servizi: le paghe da fame, le baracche fatte di materiali di riciclo, le violenze dei caporali, la carenza di acqua potabile e quant’altro. Ma, così facendo, non renderei giustizia a quello che ho visto e vissuto al Ghetto: chi ha letto o sentito di questo posto è generalmente portato a considerarlo un nonluogo, qualcosa che nasce e svanisce in pochi mesi per soddisfare semplicemente una necessità, la raccolta stagionale nei campi. Ed era in parte così anche per me.<br />
Per far crollare quest’illusione il Ghetto, ed in particolare la gente che ci abita, ha impiegato appena un paio di giorni. E così, ogni volta che ci torno dalla fine del ‘Io ci sto’, mi chiedo quanto sia inopportuno il nome ‘Ghetto’, un nome che richiama un forte senso di chiusura e di pericolo rispetto a chi dentro al ghetto ci vive. A Rignano, invece, è sufficiente abbassare, anche solo un po’, le proprie barriere per essere travolti da un’accoglienza davvero rara per il mondo di oggi, che ti porta subito a sentirti a tuo agio in quel groviglio di case, odori e bambini, circondato da ettari ed ettari di niente. Poi passano i giorni e, quando ad ogni tramonto riprendi la strada di casa, arrivi a chiederti se il vero pericolo non sia lì fuori, oltre quella strada sterrata che collega il Ghetto di Rignano al resto del mondo.<br />
Ciò che alla fine ti resta sono gli sguardi, in cui hai letto un intreccio di storie incredibili eppure così vive da non poterle lasciare scivolare via. E ripensi a quanta dignità trasparisse dagli occhi di Vasilij e dei suoi compagni di sventura, una dignità ferita dalla barbarie di un caporale, rumeno come loro, e dalla sfiancante fuga a piedi da Sannicandro fino a San Severo, ma ancora vigorosa e pura tanto da riuscire ad attendere, nonostante il lungo digiuno, che tutti fossimo seduti a tavola per iniziare a mangiare. Poi ti tornano alla mente le decine di ragazzi che hanno affollato la scuola d’italiano: le loro smorfie davanti ad un verbo irregolare, gli accenni e gli sguardi d’intesa mentre li segui nello svolgimento di un’esercitazione ed, infine, i sorrisi per un complimento ricevuto.<br />
E la lista sarebbe ancora lunga: Jasmine, uno scricciolo capriccioso ed adorabile di soli 2 anni; Fabrice, che mi si avvicina con uno stile che ricorda vagamente Mario Balotelli; Marian e Maurio, divenuti, per uno strano scherzo del destino, compagni di banco alla S. Chiara. E tutti gli altri, anche quelli di cui non ho mai saputo od imparato il nome, ma che non mi hanno mai negato un saluto e a cui spero, col mio sguardo, di aver lasciato un granello di me.</p>
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		<title>Da Bruxelles</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 19:39:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi è uscito il sole, per la prima volta da quando sono arrivato. E mi sono chiesto se davvero c&#8217;è bisogno di sottoporsi a queste torture sociali per guadagnarsi qualche minuto di felicità al giorno, se va bene. Pagarla a caro prezzo, magari &#8216;made in China&#8217;. Qui la gente s&#8217;affanna, s&#8217;affanna per il lavoro, s&#8217;affanna <a href="http://www.futurbaggio.com/uncategorized/da-bruxelles/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi è uscito il sole, per la prima volta da quando sono arrivato. E mi sono chiesto se davvero c&#8217;è bisogno di sottoporsi a queste torture sociali per guadagnarsi qualche minuto di felicità al giorno, se va bene. Pagarla a caro prezzo, magari &#8216;made in China&#8217;. Qui la gente s&#8217;affanna, s&#8217;affanna per il lavoro, s&#8217;affanna per uno stage, s&#8217;affanna per lo studio, s&#8217;affanna.<br />
A forza di sgomitare si trasformano, non ci fanno più, ma ci diventano e ci sono. Convintamente illusi che un fottuto curriculum ti possa far sembrare qualcuno, quando non sai neppur lontanamente chi sei. Ma qui quando puoi sentir vibrare l&#8217;anima? E per quanto potrà mai durare? Restare umani è forse questo, ritrovare il suono della propria anima.</p>
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		<title>Burundi: Giriteka</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 12:54:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ da un pò che volevo scrivere di Giriteka, poi ho trovato questo bellissimo video e non penso quindi ci sia bisogno di scriverne ancora.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ da un pò che volevo scrivere di Giriteka, poi ho trovato questo bellissimo video e non penso quindi ci sia bisogno di scriverne ancora.<br />
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		<title>Burundi: donne</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 12:52:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Conosci Francine? No, mamma, chi è? Francine è una donna a cui il marito ha mozzato entrambe le braccia a colpi di machete per non aver partorito un figlio maschio. È un caso un po’ estremo che rappresenta lo stato della donna in Burundi e come è concepita all’interno dell’attuale sistema socio-culturale.
Le donne si occupano <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-donne/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosci Francine? No, mamma, chi è? Francine è una donna a cui il marito ha mozzato entrambe le braccia a colpi di machete per non aver partorito un figlio maschio. È un caso un po’ estremo che rappresenta lo stato della donna in Burundi e come è concepita all’interno dell’attuale sistema socio-culturale.<br />
Le donne si occupano dei tanti figli, della gestione della casa e spesso sono costrette anche a lavorare nei campi o al mercato, a dispetto dei loro uomini che trascorrono il loro tempo tra un bar e l’altro. Le donne trasportano per chilometri mattoni, banane, legna e bidoni d’acqua, con in groppa un figlio troppo piccolo per camminare e per cavarsela da solo.</p>
<p>Il valore di una donna viene calcolato in base al numero di figli che riesce a dare al mondo, una volta, mi dicono, dieci figli era considerato un buon numero, ora invece – continuano – non ci sono più le donne di una volta. È per questo che storie come quelle di Francine diventano vere, ma in casi meno drammatici e più numerosi gli uomini abbandonano la propria moglie e ne scelgono una più giovane che possa figliare. Questo atteggiamento, che genera un numero di abbandoni di figli incredibile, è giustificato persino da chi dovrebbe avere una cultura più aperta, come un prof del liceo: secondo lui cambiare moglie è una necessità statistica, in quanto al momento la popolazione burundese è composta per il 60% di donne (gli uomini sono stati in gran parte massacrati durante il genocidio).</p>
<p>Nonostante lo scenario appena descritto, le donne burundesi si contraddistinguono per un’innata gentilezza e disponibilità, tra tutti i ricordi spicca quello della madre di René, che mi presenta simpaticamente alle sue colleghe infermiere come suo figlio adottivo, che non smette mai di ringraziarmi, sebbene sia io l’ospite in casa sua, e si scusa fintroppo per l’inadeguatezza del cibo e del letto che può offrirmi. Io al contrario ero lì proprio per tutto quello che lei così affannosamente cercava di rendermi lussuoso: sei uno strano bianco – conclude.</p>
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		<title>Burundi: la birra</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 12:49:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Può suonare strano, ma la birra è una delle chiavi di lettura principali del Burundi: gli uomini coronano qualsiasi momento di aggregazione con casse di Primus, la birra locale, o di Amstel; è difficile scappare alla domanda “ti piace la birra?” da parte dei ragazzi, almeno quanto alla domanda “sei sposato?” da parte delle ragazze, <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-la-birra/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Può suonare strano, ma la birra è una delle chiavi di lettura principali del Burundi: gli uomini coronano qualsiasi momento di aggregazione con casse di Primus, la birra locale, o di Amstel; è difficile scappare alla domanda “ti piace la birra?” da parte dei ragazzi, almeno quanto alla domanda “sei sposato?” da parte delle ragazze, anche molto giovani.</p>
<p>La centralità della birra nella società burundese si è palesata in un ufficio del Ministero degli Esteri, quando un nuovo conoscente ha posto la solita domanda ed è allora che, un po’ frustrato per le traversie burocratiche della giornata, decido che è una buona occasione per scoprire l’origine di questo “dubbio esistenziale” che affligge i maschi burundesi. Avevo capito già da me che non c’era alcuna forma di machismo nel bere tanto, i burundesi infatti puntano sulla Primus, molto leggera e quasi innocua, piuttosto che sulla Amstel (di origine belga, ma imbottigliata in loco), di gradazione media ed assolutamente imbevibile se servita calda (come accade in quasi tutti i baretti), o sulla Heineken, molto costosa e ‘cool’ (sebbene io la definisca, senza alcun senso del pudore, come una birra ‘buona solo per fare la pipì’). Dietro la birra a quanto pare c’è una sorta di fordismo alla burundese: la Barudi, l’azienda che si occupa della produzione e distribuzione della birra in Burundi, è infatti il maggior contribuente fiscale, tanto che, secondo il piccolo concilio riunitosi nell’ufficio, lo Stato burundese rischierebbe il fallimento qualora la produzione di birra s’arrestasse. Addirittura un impiegato spiega che sarebbe peggio subire un attacco terroristico alla Barudi piuttosto che all’aeroporto, come recentemente hanno minacciato i ribelli somali. La popolazione ripaga bevendo fiumi di birra e spendendo spesso quasi tutto quello che guadagna per comprare una bottiglia da 72cl a 900 fbu, circa 50 cent d’euro, non poco per un Paese dove si vive in media con un euro al giorno.</p>
<p>Più si apprezza la compagnia, più si beve: non solo tra amici, ma anche in situazioni più formali come mi è capitato dopo una riunione a scuola, dove il direttore si è scolato mezzo litro di Amstel e ha finito col rimproverarmi per averne bevuta altrettanta, senza però essere troppo di compagnia; o piuttosto, ospite di altri volontari, ad un pranzo con degli assistenti sociali che hanno sorseggiato Primus persino sulla macedonia di frutta e, evidentemente non soddisfatti, si sono portati a casa le ultime bottiglie avanzate. Quando sono alterati, però, i burundesi perdono quell’aria di volerti sempre fregare e diventano persone spontanee, ancor più accoglienti e amichevoli.</p>
<p>La sintesi perfetta di tutto questo è nel cartello di benvenuto all’ingresso di Kayanza, salendo a Ngozi da Bujumbura: un tradizionale tambourrinaire nell’atto di suonare un bicchiere pieno di birra invece dei famosi tamburi. Alla prossima occasione lo fotograferò, è stata una rivelazione da non trascurare.</p>
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		<title>Burundi: essere bianco</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 12:47:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avere la pelle bianca è una non-scelta non facilmente gestibile in Burundi, come penso nel resto dell’Africa. Essere bianchi comporta dei benefici indiscutibili, ma anche qualche rischio e inevitabilmente dei sacrifici ‘psicologici’.
Il più plateale dei vantaggi l’ho sperimentato qualche giorno fa: sono a Bujumbura per ottenere un’autorizzazione per installare un’antenna satellitare e, da pivellino quale <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-essere-bianco/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avere la pelle bianca è una non-scelta non facilmente gestibile in Burundi, come penso nel resto dell’Africa. Essere bianchi comporta dei benefici indiscutibili, ma anche qualche rischio e inevitabilmente dei sacrifici ‘psicologici’.</p>
<p>Il più plateale dei vantaggi l’ho sperimentato qualche giorno fa: sono a Bujumbura per ottenere un’autorizzazione per installare un’antenna satellitare e, da pivellino quale sono, brancolo nel buio totale, ma fortunatamente un amico di René ci indirizza verso il Ministero delle Comunicazioni. Entriamo, lunga attesa prima di essere ricevuti dal Capo di Gabinetto in persona; la mia presenza scombussola le priorità del funzionario, la fila di uomini eleganti arrivati prima di noi si apre in nostro favore: nessuno oppone resistenza, anzi tutti mi riservano un sorriso, un saluto o una stretta di mano. Cerco in qualche modo di rifiutare questo favoritismo, ma il segretario del ministro replica dicendo che io vengo da lontano e quindi devo sbrigarmi prima (come se fossi partito direttamente da Roma per mettermi lì in fila dietro la sua porta). Il Capo di Gabinetto ci fa accomodare su poltrone comodissime rivestite di una lucente  pelle nera e diventa euforico scoprendo che può ripassare un po’ il suo italiano col sottoscritto. Racconto cordialmente la mia storia e il mio problema, lui mi ascolta con aria concentrata, per poi scoprire che siamo capitati nel ministero sbagliato. Ma non è un problema, estrae dal cassetto un ingombrante elenco telefonico e fa una rapida chiamata al ministro giusto, quello delle Telecomunicazioni. È nel suo ufficio ad attenderci, cioè niente file, niente attese e veloce rientro a Ngozi (il caldo di Buja davvero non lo sopporto!). Ringrazio per l’immensa gentilezza e lo riempio di complimenti per il suo italiano, sapendo di poter ricambiare solo così al piacere appena fattomi. Il ministro delle Telecomunicazioni è molto occupato, ma ci accoglie comunque: ci indica sbrigativamente la procedura da seguire per installare questa stramaledettissima antenna e siamo liberi di rientrare. Uscendo dal suo ufficio sento il suo segretario rivolgere qualche battuta a René in kirundi, penso immediatamente che sia qualcosa che si tratta di me. Scopro che il mio abbigliamento è risultato inadeguato alla situazione: effettivamente ero in piena tenuta ferragostana con bermuda neri e una t-shirt gialla. In auto, sulla strada del rientro, penso che mi sono giocato i ministri incontrati per quell’ingenuità, quando, al contrario, solo per il fatto di essere bianco, le porte mi si sono spalancate e non è stato importante che indossassi delle bermuda o una giacca con cravatta.</p>
<p>C’è però anche l’altra triste faccia della medaglia: essere bianco significa quasi sempre pagare tutto più dei burundesi. Se, per certi versi, questa pratica può essere sopportabile quando compro degli arachidi tostati da un bambino di 10 anni, che li trasporta su un vassoio posato sulla testa. Sono un po’ più intollerante alla fregatura quando a ‘provarci’ è un commerciante di materiale informatico (un cavetto USB a 15 euro???) o un tecnico del Regideso, che dovrebbe sistemarmi un tubo dell’acqua gratuitamente e invece cerca (e ci riesce dopo un po’ di contrattazione) una mancia per il servizio, nonostante mi sia anche scomodato di andarlo a prenderlo in macchina fin sotto casa e riaccompagnarcelo. Essere bianco significa essere ricco e soprattutto essere disposto a condividere questa ricchezza, così non è raro che bambini ancora piccolissimi mi chiedano in un francese stentato di sganciare qualche ‘amafranga’ o qualche caramella. Resistere, resistere e resistere! Questo è ciò che è giusto fare in questi casi, perché non sono Babbo Natale e, soprattutto, anche 100 franchi (meno di 10 centesimi di euro) possono risultare un virus e mi ritroverei presto con l’intero quartiere ad elemosinare qualcosa. Non è facile dire di no ogni giorno ad un bambino che inizia a correrti incontro non appena spunti all’orizzonte della porta di casa sua e viene a stringerti in un abbraccio forte all’altezza delle ginocchia, sai che forse altrove uno spettacolo del genere dovresti addirittura pagarlo, mentre qui il protagonista si accontenterebbe di 10 cent che tu non sei disposto a dargli. Forse perché sai che lo spettacolo resta garantito…</p>
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		<title>Burundi: incontri del Terzo Mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 12:44:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni angolo di Africa sembra connesso con tutto il resto del continente, finora non è stato assai difficile incrociare esperienze dalle regioni più o meno vicine (Namibia, Tanzania, Rwanda, Kenya, Congo, Uganda, etc). Mi incanta sentire gli inevitabili confronti tra il Burundi e tutte queste terre, mi fa venir voglia di provarle una ad una <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-incontri-del-terzo-mondo/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni angolo di Africa sembra connesso con tutto il resto del continente, finora non è stato assai difficile incrociare esperienze dalle regioni più o meno vicine (Namibia, Tanzania, Rwanda, Kenya, Congo, Uganda, etc). Mi incanta sentire gli inevitabili confronti tra il Burundi e tutte queste terre, mi fa venir voglia di provarle una ad una e un po’ mi pento di non aver preso la patente come mi ero ripromesso, non certo per la prima volta, qualche mese fa.</p>
<p>La settimana scorsa, in particolare, due volontari bresciani, Luca e Fabio, sono venuti a Ngozi per un brevissimo progetto con Damiano e Francesca, i ragazzi di Mivo. Hanno fatto un lungo viaggio dalla Caramoja, in Uganda, per diffondere anche qui delle stufe ecologiche a basso consumo, in modo da arrestare il disboscamento che qui in Burundi è già in uno stato avanzato e che potrebbe avere in futuro delle controindicazioni ambientali non da poco.</p>
<p>Luca e Fabio sono una coppia che trasmette da subito simpatia e confidenza, sono accompagnati da un loro lavoratore ugandese detto ‘Bafo’ per i suoi baffetti nerissimi, che quasi si confondono con la sua pelle scurissima. I loro racconti sulla Caramoja sono pieni delle difficoltà e dei problemi che un po’ ovunque capita di trovare in Africa, ma da subito precisano come gli abitanti della Caramoja, nonostante la loro povertà, siano molto orgogliosi a causa delle loro origini guerriere, al contrario di quanto si verifica in Burundi dove ‘orgoglio’ e ‘dignità personale’ sembrano concetti totalmente astrusi e inusuali nel vocabolario della gente. Ascoltando i loro racconti rifletto su come il Burundi sia forse uno dei Paesi africani più fortunati, ma non riesca a reagire alla sua sorte e alla sua storia recente: qui c’è la pioggia, la stagione secca non è lunga né troppo calda, il terreno continua ad essere produttivo nonostante lo stress a cui è sottoposto da secoli – continuano a ripeterci Luca e Fabio. E poi non ci sono i serpenti! Nel loro primo anno di attività ci raccontano di avventure con ogni tipo di serpente, dai grossi ma innocui pitoni al celebre cobra (tramortito con una sassaiola dopo aver sputato veleno negli occhi del cane di casa), fino al temibilissimo “serpente dei sette passi”, chiamato così perché, dopo essere stati avvelenati, si ha il tempo di fare solo sette passi prima di morire.</p>
<p>Insomma, tra qualche risata e un po’ di guarany, si arriva a parlare di tutto e, quando decido di mettermi in branda, penso che forse i burundesi hanno bisogno di una scossa culturale ancor prima che economica per spazzare via la loro ‘crisi’, quella del ‘93.</p>
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		<title>Burundi: a metà strada</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 12:43:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo lungo silenzio non è dovuto a qualcosa di particolare, semplicemente certe cose hanno bisogno di più tempo per essere riconosciute e digerite. E poi forse non sento più il bisogno di ‘dipendere’ dal raccontare tutto e subito, preferisco consumare in privato qualche emozione un po’ più forte. Sta di fatto che questi due mesi <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-a-meta-strada/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo lungo silenzio non è dovuto a qualcosa di particolare, semplicemente certe cose hanno bisogno di più tempo per essere riconosciute e digerite. E poi forse non sento più il bisogno di ‘dipendere’ dal raccontare tutto e subito, preferisco consumare in privato qualche emozione un po’ più forte. Sta di fatto che questi due mesi mi hanno rivelato alcune idee che pensavo di dover cercare e poter trovare qui: vivo solo eppure non sento la solitudine, niente nostalgia, niente malinconia, rari ricordi o pensieri a quello che ho lasciato in Italia.</p>
<p>A volte penso solo che non conosco nessuno che abbia scelto questa stessa strada e che forse nessuno, tra le persone che mi sono più vicine, può capire cosa significhi, cosa si provi a stare qui e cosa si possa arrivare a pensare di tutto quello che non è qui. Ed è difficile tenere in equilibrio la propria volontà tra tutto questo, temo il rientro perché so che potrebbe stravolgere tutto. Inizio a pensare al dottorato, mi entusiasma sentire o anche semplicemente leggere le esperienze di altri, forse è semplicemente l’attrazione per i propri simili. Ma avanzo prudente, prima avrei chinato il campo e sarei andato avanti fino a raggiungere quello che desideravo, mi è sempre riuscito di raggiungere i miei obiettivi quando ho agito così. Ma ora è diverso, ma non sento che possa essere definitivo e se un giorno, anche solo per sbaglio, dovessi decidere di riprendere a testa bassa sento che tornerei il carrarmato di sempre.</p>
<p>Mi riprometto comunque di tornare a scrivere più spesso, perché, come mi ha suggerito il mio amico Silvio da Milano (non lui!!!), è dalla quotidianità che si capisce (e capisco) cosa sto facendo.</p>
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		<title>Burundi: verità supposte</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 12:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>futurbaggio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A grande richiesta (nel senso che mi trovo spesso costretto a rispondere a domande generali sul Burundi) una serie di verità supposte e leggende metropolitane sul Burundi.
Il Burundi si trova al centro dell’Africa: non è solo un appellativo turistico quello di ‘cuore dell’Africa’, provando a dare un’occhiata alla forma descritta dal confine nazionale si intravede <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-verita-supposte/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A grande richiesta (nel senso che mi trovo spesso costretto a rispondere a domande generali sul Burundi) una serie di verità supposte e leggende metropolitane sul Burundi.</p>
<p>Il Burundi si trova al centro dell’Africa: non è solo un appellativo turistico quello di ‘cuore dell’Africa’, provando a dare un’occhiata alla forma descritta dal confine nazionale si intravede proprio quella di un cuore. Il Burundi confina a nord col Rwanda (noto ai più per il genocidio dei tutsi e per qualche scandalo dei militari italiani), ad est con la Tanzania (che ospita alcuni tra i parchi nazionali più conosciuti e il Lago Vittoria, quello delle cascate), ad ovest con il Congo (ex-Zaire).</p>
<p>Purtroppo la centralità del Burundi si limita alla sua posizione geografica: è il Paese col PIL più basso del mondo (anche se non risulta comunque essere il più povero in assoluto), né è interessato da flussi turistici (come la Tanzania, il Kenya e l’Uganda) in quanto non ospita alcuna specie selvaggia, a parte gli ippopotami e i coccodrilli del Lago Tanganica.</p>
<p>Sebbene si trovi in Africa in Burundi non fa caldo! Nel nord del Paese, dove abito io, le temperature sono costanti per tutto l’anno e si aggirano tra i 17°, di notte, e i 27°, di giorno. È una zona collinare con vette anche al di sopra dei 2.000m, il paesaggio è ricco di verde, foreste o coltivazioni, e la terra ha ovunque un colore rosso molto intenso, carico di ferro.</p>
<p>Gli abitanti del Burundi non si chiamano burundiani ma burundesi, esiste una divisione etnica interna e, sebbene al momento le etnie siano talmente integrate da non poterle distinguere, perdura una certa resistenza a considerarsi appartenenti tutti ad uno stesso popolo. La quasi totalità della popolazione è cristiana (cattolica o protestante), c’è una minoranza musulmana ben integrata e tollerata, ma resta in ogni caso vivo, anche tra i cristiani, l’attaccamento alle credenze animiste.</p>
<p>In Burundi si mangia bene, sia che si scelga una dieta europea sia se ci si avventuri nella cucina locale. Si trova facilmente, e a basso costo, pesce fresco dai laghi e carne di vacca o di capra (i maiali gli distruggono le coltivazioni). Tra le verdure dominano cipolle (meno forti delle nostre) e carote, sono molto diffusi anche pomodori, peperoni e patate; i locali non usano pane come companatico ma qualcosa di simile alla polenta ricavato dalle foglie di manioca (in Ghana lo chiamano fufu). È inutile, circa la frutta, che mi sprechi con una lista di superlativi, quindi mi limito ad elencare: ananas, banane (anche cotte o fritte o crude nelle insalate), mango, papaya, tonda (mai visto prima).</p>
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		<title>Burundi: pronti al via!</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 11:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>futurbaggio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sono preso una pausa forzata dal blog per una serie di situazioni nuove o impreviste da gestire, certo non posso dire di essermi annoiato nell’ultima settimana e anzi ho trovato tanti spunti e altri cominciano a farsi intravedere. La partenza di Alphonse ha lasciato il segno, mangiare da solo senza le notizie africane della <a href="http://www.futurbaggio.com/mondo/burundi-pronti-al-via/" class="more-link">Continua &#62;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono preso una pausa forzata dal blog per una serie di situazioni nuove o impreviste da gestire, certo non posso dire di essermi annoiato nell’ultima settimana e anzi ho trovato tanti spunti e altri cominciano a farsi intravedere. La partenza di Alphonse ha lasciato il segno, mangiare da solo senza le notizie africane della BBC in francese non è lo stesso; tutto sommato sto però riuscendo a sopperire alla solitudine leggendo un po’ di più e curiosando tra gli scaffali della casa, lasciati pieni di libri e souvenir da chi mi ha preceduto: ho persino ritrovato la raccolta di Tex Willer che Alphonse cercava smaniosamente mentre faceva le valigie.</p>
<p>Mi trovo tuttora in piena emergenza idrica, l’acqua arriva col contagocce (non si tratta di una metafora!) e sono costretto a curare la mia igiene in modo del tutto casuale… Oggi però l’ho fatta la doccia! Riesco comunque a trovare il lato ‘divertente’ della faccenda, quando, la mattina appena sveglio, incrocio Lionel che mi prepara la colazione e ha già appostato sotto l’avaro rubinetto la pentola per la pasta: si riempirà goccia dopo goccia, non costituisce un problema per lui. Intanto fuori cominciano le prime piogge!</p>
<p>Buone notizie invece dal fronte delle relazioni sociali, Alphonse mi ha lasciato in eredità il contatto di una coppia di bresciani davvero simpatici e molto disponibili: Damiano e Francesca. Vivono a Mivo, piccola frazione di Ngozi ad una decina di chilometri di distanza, e lavorano su un progetto di integrazione della minoranza pigmea (meno dell’1% in Burundi), aiutandoli nella costruzione delle loro case, nelle attività agricole e nella formazione dei ragazzi. Sono felici insieme, è questa la prima grande impressione che mi lasciano e trasmettono felicità anche chi è qui da solo, magari perché lontano. Il sabato sera passa velocemente e con molto piacere tra una lotta con le capre e una cena a base di pizza, il tutto si conclude con un ‘torneo’ di biliardo con Alessandro e Damiano in cui, con una buona dose di fortuna, mi produco in tiri fantozziani (“questa è classe, coglionazzo”). Tornerò sicuramente da loro, quando rientreranno da Kampala, posso farlo anche col taxi-velo ed ammetto che mi sconfinfera non poco l’idea di battere quella strada sterrata in bici o a piedi, magari armato di fotocamera.</p>
<p>Chiudiamo con la scuola: ammetto che lavorare nel mio ufficio un po’ mi ha allontanato da René e dai professori che frequentavano il laboratorio, ma così posso lavorare più tranquillamente e coi miei ritmi. L’impatto col direttore non è stato dei migliori, ma mi sono convinto che devo dargli una seconda (ma anche una terza e una quarta, almeno fino alla decima) opportunità; a parte il salutarmi quando mi incrocia per strada non va, eppure lui, da padrone di casa, dovrebbe presentarmi ai professori, ma niente. Di tutt’altra pasta mi sembra Apollinaire, professore di storia e geografia, sarà il mio primo cliente, ha voglia di sperimentare la multimedialità per le sue lezioni di geografia, partendo dall’ipotesi, assolutamente fondata, che dei ragazzi burundesi a stento possono immaginarsi cosa siano la Torre Eiffel o il Big Ben. Il suo entusiasmo è stato contagioso, quindi mi sto adoperando per riuscire a lavorare il meglio possibile con lui, in modo che anche gli altri professori decidano di sperimentare qualcosa di nuovo e dare un po’ di senso alla mia presenza mattutina a scuola.<br />
Il primo giorno di scuola è passato via abbastanza confuso e caotico, si è trattato piuttosto di un appello generale di prof e studenti. Quest’ultimi si sono presentati tutti con le loro divise, hanno scambiato saluti coi loro compagni e dopo qualche ora erano già liberi; tutt’altro tono invece la scuola elementare lì vicino, quando stacco per pranzo i piccoli sono in pausa e riempiono lo spiazzale giocando a calcio o inseguendosi, poi tutti si fermano a guardarmi o, i più coraggiosi, a lanciarmi un saluto. Domani mi fermo ed aspetto qualche reazione!</p>
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