Volevo fare il nerd.
futurbaggio
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Post di futurbaggio
Burundi: la birra
24 nov
Può suonare strano, ma la birra è una delle chiavi di lettura principali del Burundi: gli uomini coronano qualsiasi momento di aggregazione con casse di Primus, la birra locale, o di Amstel; è difficile scappare alla domanda “ti piace la birra?” da parte dei ragazzi, almeno quanto alla domanda “sei sposato?” da parte delle ragazze, anche molto giovani.
La centralità della birra nella società burundese si è palesata in un ufficio del Ministero degli Esteri, quando un nuovo conoscente ha posto la solita domanda ed è allora che, un po’ frustrato per le traversie burocratiche della giornata, decido che è una buona occasione per scoprire l’origine di questo “dubbio esistenziale” che affligge i maschi burundesi. Avevo capito già da me che non c’era alcuna forma di machismo nel bere tanto, i burundesi infatti puntano sulla Primus, molto leggera e quasi innocua, piuttosto che sulla Amstel (di origine belga, ma imbottigliata in loco), di gradazione media ed assolutamente imbevibile se servita calda (come accade in quasi tutti i baretti), o sulla Heineken, molto costosa e ‘cool’ (sebbene io la definisca, senza alcun senso del pudore, come una birra ‘buona solo per fare la pipì’). Dietro la birra a quanto pare c’è una sorta di fordismo alla burundese: la Barudi, l’azienda che si occupa della produzione e distribuzione della birra in Burundi, è infatti il maggior contribuente fiscale, tanto che, secondo il piccolo concilio riunitosi nell’ufficio, lo Stato burundese rischierebbe il fallimento qualora la produzione di birra s’arrestasse. Addirittura un impiegato spiega che sarebbe peggio subire un attacco terroristico alla Barudi piuttosto che all’aeroporto, come recentemente hanno minacciato i ribelli somali. La popolazione ripaga bevendo fiumi di birra e spendendo spesso quasi tutto quello che guadagna per comprare una bottiglia da 72cl a 900 fbu, circa 50 cent d’euro, non poco per un Paese dove si vive in media con un euro al giorno.
Più si apprezza la compagnia, più si beve: non solo tra amici, ma anche in situazioni più formali come mi è capitato dopo una riunione a scuola, dove il direttore si è scolato mezzo litro di Amstel e ha finito col rimproverarmi per averne bevuta altrettanta, senza però essere troppo di compagnia; o piuttosto, ospite di altri volontari, ad un pranzo con degli assistenti sociali che hanno sorseggiato Primus persino sulla macedonia di frutta e, evidentemente non soddisfatti, si sono portati a casa le ultime bottiglie avanzate. Quando sono alterati, però, i burundesi perdono quell’aria di volerti sempre fregare e diventano persone spontanee, ancor più accoglienti e amichevoli.
La sintesi perfetta di tutto questo è nel cartello di benvenuto all’ingresso di Kayanza, salendo a Ngozi da Bujumbura: un tradizionale tambourrinaire nell’atto di suonare un bicchiere pieno di birra invece dei famosi tamburi. Alla prossima occasione lo fotograferò, è stata una rivelazione da non trascurare.
Burundi: essere bianco
10 nov
Avere la pelle bianca è una non-scelta non facilmente gestibile in Burundi, come penso nel resto dell’Africa. Essere bianchi comporta dei benefici indiscutibili, ma anche qualche rischio e inevitabilmente dei sacrifici ‘psicologici’.
Il più plateale dei vantaggi l’ho sperimentato qualche giorno fa: sono a Bujumbura per ottenere un’autorizzazione per installare un’antenna satellitare e, da pivellino quale sono, brancolo nel buio totale, ma fortunatamente un amico di René ci indirizza verso il Ministero delle Comunicazioni. Entriamo, lunga attesa prima di essere ricevuti dal Capo di Gabinetto in persona; la mia presenza scombussola le priorità del funzionario, la fila di uomini eleganti arrivati prima di noi si apre in nostro favore: nessuno oppone resistenza, anzi tutti mi riservano un sorriso, un saluto o una stretta di mano. Cerco in qualche modo di rifiutare questo favoritismo, ma il segretario del ministro replica dicendo che io vengo da lontano e quindi devo sbrigarmi prima (come se fossi partito direttamente da Roma per mettermi lì in fila dietro la sua porta). Il Capo di Gabinetto ci fa accomodare su poltrone comodissime rivestite di una lucente pelle nera e diventa euforico scoprendo che può ripassare un po’ il suo italiano col sottoscritto. Racconto cordialmente la mia storia e il mio problema, lui mi ascolta con aria concentrata, per poi scoprire che siamo capitati nel ministero sbagliato. Ma non è un problema, estrae dal cassetto un ingombrante elenco telefonico e fa una rapida chiamata al ministro giusto, quello delle Telecomunicazioni. È nel suo ufficio ad attenderci, cioè niente file, niente attese e veloce rientro a Ngozi (il caldo di Buja davvero non lo sopporto!). Ringrazio per l’immensa gentilezza e lo riempio di complimenti per il suo italiano, sapendo di poter ricambiare solo così al piacere appena fattomi. Il ministro delle Telecomunicazioni è molto occupato, ma ci accoglie comunque: ci indica sbrigativamente la procedura da seguire per installare questa stramaledettissima antenna e siamo liberi di rientrare. Uscendo dal suo ufficio sento il suo segretario rivolgere qualche battuta a René in kirundi, penso immediatamente che sia qualcosa che si tratta di me. Scopro che il mio abbigliamento è risultato inadeguato alla situazione: effettivamente ero in piena tenuta ferragostana con bermuda neri e una t-shirt gialla. In auto, sulla strada del rientro, penso che mi sono giocato i ministri incontrati per quell’ingenuità, quando, al contrario, solo per il fatto di essere bianco, le porte mi si sono spalancate e non è stato importante che indossassi delle bermuda o una giacca con cravatta.
C’è però anche l’altra triste faccia della medaglia: essere bianco significa quasi sempre pagare tutto più dei burundesi. Se, per certi versi, questa pratica può essere sopportabile quando compro degli arachidi tostati da un bambino di 10 anni, che li trasporta su un vassoio posato sulla testa. Sono un po’ più intollerante alla fregatura quando a ‘provarci’ è un commerciante di materiale informatico (un cavetto USB a 15 euro???) o un tecnico del Regideso, che dovrebbe sistemarmi un tubo dell’acqua gratuitamente e invece cerca (e ci riesce dopo un po’ di contrattazione) una mancia per il servizio, nonostante mi sia anche scomodato di andarlo a prenderlo in macchina fin sotto casa e riaccompagnarcelo. Essere bianco significa essere ricco e soprattutto essere disposto a condividere questa ricchezza, così non è raro che bambini ancora piccolissimi mi chiedano in un francese stentato di sganciare qualche ‘amafranga’ o qualche caramella. Resistere, resistere e resistere! Questo è ciò che è giusto fare in questi casi, perché non sono Babbo Natale e, soprattutto, anche 100 franchi (meno di 10 centesimi di euro) possono risultare un virus e mi ritroverei presto con l’intero quartiere ad elemosinare qualcosa. Non è facile dire di no ogni giorno ad un bambino che inizia a correrti incontro non appena spunti all’orizzonte della porta di casa sua e viene a stringerti in un abbraccio forte all’altezza delle ginocchia, sai che forse altrove uno spettacolo del genere dovresti addirittura pagarlo, mentre qui il protagonista si accontenterebbe di 10 cent che tu non sei disposto a dargli. Forse perché sai che lo spettacolo resta garantito…
Burundi: letture
4 nov
J. Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi: versione romanzata di un’esperienza vera in Congo (Diari dal Congo, sempre di J. Conrad). Spiega in modo sorprendentemente chiaro il rapporto, tacito ma palese, tra un bianco in missione (commerciale o volontaria, poco cambia) in Africa e le popolazioni locali.
S.Smith, Un pomeriggio da ammazzare, Mondadori: giallo senza infamia e senza gloria, si legge velocemente ma non lascia il segno.
M. Coloretti, Dietro la luce, Mondadori: bel giallo ambientato nell’Emilia socialista, lo si divora per il grande coinvolgimento creato dall’autore.
Bonelli-Nolitta-Galleppini, Tex – L’implacabile, Mondadori: raccolta storica del celebre fumetto italiano, magari rientrato in Italia rispolvererò la raccolta decennale di mio padre.
E. Queen, I numeri magici di Ellery Queen, Club degli Editori: un classico dei gialli a quanto pare (io mi sono appassionato al genere qui, per puro caso, spulciando le librerie dei vecchi volontari), affascina il continuo passaggio del protagonista da investigatore metodico a uomo volubile e un pò irrequieto.
P.P. Pasolini, Una vita violenta, Corriere della Sera: la mia prima lettura pasoliniana, ma credo che approfondirò. Alcune espressioni vernacolari in romanesco mi resteranno impresse per molto tempo per la loro immediatezza e simpatia.
C.R. Zafòn, L’ombra del vento, Mondadori: thriller ambientato tra Parigi e Barcellona, anche se lungo resta coinvolgente fino all’ultima pagina.
F. Keagan, Stagione di sangue, Feltrinelli: allegato al DVD di “Hotel Rwanda”, è il reportage di un giornalista irlandese della BBC in Rwanda nel pieno della ‘crisi del 93′.
G. Carofiglio, Ad occhi chiusi, Sellerio Edizioni: romanzo giudiziario ambientato a Bari con protagonista l’avvocato Guerrieri, tutt’altro che metodico, ma assolutamente geniale.
G. Carofiglio, Ragionevoli dubbi, Sellerio Edizioni: fa sempre parte della raccolta sull’avvocato Guerrieri. Purtroppo non riesco a reperirne altri in Burundi.
D. Hari, Il traduttore del silenzio, Piemme: il racconto di un traduttore del Darfur che ha guidato nella regione sudanese, martoriata da una guerra genocida, giornalisti ed operatori di pace di tutto il mondo, rischiando seriamente di morire torturato. La scrittura non è “d’autore”, ma il romanzo lascia la sua impronta nell’anima per i suoi contenuti.
P. Cacucci, In ogni caso nessun rimorso, Feltrinelli: storia romanzata dell’anarchico Jules Bonnot, mi ci sono molto immedesimato.
B. Grillo, Tutto il grillo che conta, Feltrinelli: raccolta di spettacoli e discorsi all’umanità del comico genovese, dai tempi della DC fino ai V-Day.
D. Rendleton, L’Esecutore – Attacco invisibile, Mondadori: romanzo d’azione un pò monotono, ma più che sufficiente per riempire il mio vuoto attuale di letture prima del prossimo rifornimento a Mivo.
Burundi: incontri del Terzo Mondo
28 ott
Ogni angolo di Africa sembra connesso con tutto il resto del continente, finora non è stato assai difficile incrociare esperienze dalle regioni più o meno vicine (Namibia, Tanzania, Rwanda, Kenya, Congo, Uganda, etc). Mi incanta sentire gli inevitabili confronti tra il Burundi e tutte queste terre, mi fa venir voglia di provarle una ad una e un po’ mi pento di non aver preso la patente come mi ero ripromesso, non certo per la prima volta, qualche mese fa.
La settimana scorsa, in particolare, due volontari bresciani, Luca e Fabio, sono venuti a Ngozi per un brevissimo progetto con Damiano e Francesca, i ragazzi di Mivo. Hanno fatto un lungo viaggio dalla Caramoja, in Uganda, per diffondere anche qui delle stufe ecologiche a basso consumo, in modo da arrestare il disboscamento che qui in Burundi è già in uno stato avanzato e che potrebbe avere in futuro delle controindicazioni ambientali non da poco.
Luca e Fabio sono una coppia che trasmette da subito simpatia e confidenza, sono accompagnati da un loro lavoratore ugandese detto ‘Bafo’ per i suoi baffetti nerissimi, che quasi si confondono con la sua pelle scurissima. I loro racconti sulla Caramoja sono pieni delle difficoltà e dei problemi che un po’ ovunque capita di trovare in Africa, ma da subito precisano come gli abitanti della Caramoja, nonostante la loro povertà, siano molto orgogliosi a causa delle loro origini guerriere, al contrario di quanto si verifica in Burundi dove ‘orgoglio’ e ‘dignità personale’ sembrano concetti totalmente astrusi e inusuali nel vocabolario della gente. Ascoltando i loro racconti rifletto su come il Burundi sia forse uno dei Paesi africani più fortunati, ma non riesca a reagire alla sua sorte e alla sua storia recente: qui c’è la pioggia, la stagione secca non è lunga né troppo calda, il terreno continua ad essere produttivo nonostante lo stress a cui è sottoposto da secoli – continuano a ripeterci Luca e Fabio. E poi non ci sono i serpenti! Nel loro primo anno di attività ci raccontano di avventure con ogni tipo di serpente, dai grossi ma innocui pitoni al celebre cobra (tramortito con una sassaiola dopo aver sputato veleno negli occhi del cane di casa), fino al temibilissimo “serpente dei sette passi”, chiamato così perché, dopo essere stati avvelenati, si ha il tempo di fare solo sette passi prima di morire.
Insomma, tra qualche risata e un po’ di guarany, si arriva a parlare di tutto e, quando decido di mettermi in branda, penso che forse i burundesi hanno bisogno di una scossa culturale ancor prima che economica per spazzare via la loro ‘crisi’, quella del ‘93.
Burundi: a metà strada
23 ott
Questo lungo silenzio non è dovuto a qualcosa di particolare, semplicemente certe cose hanno bisogno di più tempo per essere riconosciute e digerite. E poi forse non sento più il bisogno di ‘dipendere’ dal raccontare tutto e subito, preferisco consumare in privato qualche emozione un po’ più forte. Sta di fatto che questi due mesi mi hanno rivelato alcune idee che pensavo di dover cercare e poter trovare qui: vivo solo eppure non sento la solitudine, niente nostalgia, niente malinconia, rari ricordi o pensieri a quello che ho lasciato in Italia.
A volte penso solo che non conosco nessuno che abbia scelto questa stessa strada e che forse nessuno, tra le persone che mi sono più vicine, può capire cosa significhi, cosa si provi a stare qui e cosa si possa arrivare a pensare di tutto quello che non è qui. Ed è difficile tenere in equilibrio la propria volontà tra tutto questo, temo il rientro perché so che potrebbe stravolgere tutto. Inizio a pensare al dottorato, mi entusiasma sentire o anche semplicemente leggere le esperienze di altri, forse è semplicemente l’attrazione per i propri simili. Ma avanzo prudente, prima avrei chinato il campo e sarei andato avanti fino a raggiungere quello che desideravo, mi è sempre riuscito di raggiungere i miei obiettivi quando ho agito così. Ma ora è diverso, ma non sento che possa essere definitivo e se un giorno, anche solo per sbaglio, dovessi decidere di riprendere a testa bassa sento che tornerei il carrarmato di sempre.
Mi riprometto comunque di tornare a scrivere più spesso, perché, come mi ha suggerito il mio amico Silvio da Milano (non lui!!!), è dalla quotidianità che si capisce (e capisco) cosa sto facendo.
Burundi: verità supposte
12 ott
A grande richiesta (nel senso che mi trovo spesso costretto a rispondere a domande generali sul Burundi) una serie di verità supposte e leggende metropolitane sul Burundi.
Il Burundi si trova al centro dell’Africa: non è solo un appellativo turistico quello di ‘cuore dell’Africa’, provando a dare un’occhiata alla forma descritta dal confine nazionale si intravede proprio quella di un cuore. Il Burundi confina a nord col Rwanda (noto ai più per il genocidio dei tutsi e per qualche scandalo dei militari italiani), ad est con la Tanzania (che ospita alcuni tra i parchi nazionali più conosciuti e il Lago Vittoria, quello delle cascate), ad ovest con il Congo (ex-Zaire).
Purtroppo la centralità del Burundi si limita alla sua posizione geografica: è il Paese col PIL più basso del mondo (anche se non risulta comunque essere il più povero in assoluto), né è interessato da flussi turistici (come la Tanzania, il Kenya e l’Uganda) in quanto non ospita alcuna specie selvaggia, a parte gli ippopotami e i coccodrilli del Lago Tanganica.
Sebbene si trovi in Africa in Burundi non fa caldo! Nel nord del Paese, dove abito io, le temperature sono costanti per tutto l’anno e si aggirano tra i 17°, di notte, e i 27°, di giorno. È una zona collinare con vette anche al di sopra dei 2.000m, il paesaggio è ricco di verde, foreste o coltivazioni, e la terra ha ovunque un colore rosso molto intenso, carico di ferro.
Gli abitanti del Burundi non si chiamano burundiani ma burundesi, esiste una divisione etnica interna e, sebbene al momento le etnie siano talmente integrate da non poterle distinguere, perdura una certa resistenza a considerarsi appartenenti tutti ad uno stesso popolo. La quasi totalità della popolazione è cristiana (cattolica o protestante), c’è una minoranza musulmana ben integrata e tollerata, ma resta in ogni caso vivo, anche tra i cristiani, l’attaccamento alle credenze animiste.
In Burundi si mangia bene, sia che si scelga una dieta europea sia se ci si avventuri nella cucina locale. Si trova facilmente, e a basso costo, pesce fresco dai laghi e carne di vacca o di capra (i maiali gli distruggono le coltivazioni). Tra le verdure dominano cipolle (meno forti delle nostre) e carote, sono molto diffusi anche pomodori, peperoni e patate; i locali non usano pane come companatico ma qualcosa di simile alla polenta ricavato dalle foglie di manioca (in Ghana lo chiamano fufu). È inutile, circa la frutta, che mi sprechi con una lista di superlativi, quindi mi limito ad elencare: ananas, banane (anche cotte o fritte o crude nelle insalate), mango, papaya, tonda (mai visto prima).
blocknotes #8
28 set
«Si le but de toute vie était le bonheur – ce qui n’est pas le cas, heureusement pour la bonne marche du monde –, ce sont les africains qui devraient nous envoyer des missionnaires et pas le contraire.»