Volevo fare il nerd.
Archivio di febbraio 2009
Distanze
28 feb
Sarà l’ascendente di Tricarico, ma la disconnessione di quello che dico e penso (e a breve farò, suppongo) mi pare in crescita. Sono lontani i tempi in cui tutto mi doveva quadrare, in cui tutto andava fatto entro la scadenza e nei modi prescritti. La lista delle cose da fare può essere accorciata semplicemente per mancanza di voglia, per dar spazio ad affari scrausi e sconclusionati. E sono bombardato (oppure è solo percezione?) da elementi che mi portano sempre più in questa direzione; di fronte al pessimismo di un amico che pensa che la crisi gli abbia tolto tutto, io non riesco ad essere che divertito, non ho voglia di fermarmi. E leggere l’intervista a Rita Levi Montalcini su Wired farebbe bene a tanti, se una donna di 100 anni riesce con ottimismo a vedere il futuro perché il resto del mondo deve avvertire solo la precarietà e non il rovesciamento della situazione? La mia medicina al momento è quella di annullare le distanze, parlare di Londra, Madrid, Amsterdam e Ngozi come se fossero dietro l’angolo; annullare le distanze umane, abbattere le mie barriere misantropiche e aprirsi perché il bello non è scomparso, cercano solo di farcelo tenere nascosto, magari per lasciar spazio al brutto.
Pubblico, ma con ampio scetticismo.
Postumi sanremesi
26 feb
«Scusi, sa dirmi per piazza Sal da Vinci?»
Dopo questa possiamo chiudere, ci risentiamo da Foggia.
La giornata di uno scrutatore
25 feb
Continuo a tenere questo libro di Calvino sulla scrivania e da un mese e mezzo non fa altro che girare e girare, ho fatto due orecchie su alcuni passaggi particolarmente interessanti. Li riporto così il continuo vagare di questo libricino finirà e potrà riposare sullo scaffale dei libri letti.
«La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dismesse, grige, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiante a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada.»
«Anche Amerigo avrebe voluto dirle delle parole di ammirazione e simpatia (ad una vecchia suora, ndr), ma quel che gli veniva da dire era un discorso sulla società come avrebbe dovuto essere secondo lui, una società in cui una donna come lei non sarebbe considerata più una santa perché le persone come lei si sarebbero moltiplicate, anziché star relegate in margine, allontanate nel loro alone di santità, e vivere come lei, per uno scopo universale, sarebbe stato più naturale che vivere per qualsiasi scopo particolare, e sarebbe stato possibile a ognuno esprimere se stesso, la propria carica sepolta, segreta, individuale, nelle proprie funzioni sociali, nel proprio rapporto con il bene comune…»
Reportage dal Ghana: Giocare
19 feb
«Si vedono solo bianchi sulla spiaggia mentre ci godiamo il nostro bagno nell’oceano, il mare non è un granché. Noncuranti delle buste e dei residui di frutta che ogni tanto ci galleggiano intorno, dopo il velocissimo scatto verso le onde ci sentiamo ormai liberati da quel macigno che ci ha piegato le spalle per due settimane, il peso delle ingiustizie del mondo vissute sulla propria pelle.
Dopo qualche scambio a pallone con un paio di ghanesi, forse gli unici nei dintorni, ci ripariamo sotto il nostro gazebo, il sole comincia a farsi sentire. Cisko ordina qualcosa da bere e tanto per conservare il suo stile eclettico si inventa un mix di whisky e succo di mango, l’intruglio riscuote successo e presto ne avremo tutti un bicchiere. In lontananza si intravedono dei commercianti, hanno bonghi, bracciali, collane, cappelli e abiti tipici. La mercanzia è interessante ma i prezzi evidentemente gonfiati. Nonostante i mille dinieghi si riesce a scambiare qualche chiacchiera, a improvvisare qualche ritmo tribale e una partitella. Ancora una volta Cisko si distingue: è seduto sulla poltroncina, in una mano ha il suo drink e con l’altra manovra una specie di scatola, che un altro venditore gli ha appena passato. Mi riavvicino ai due, il venditore apre la scatola e, in un inglese fin troppo sciolto per il mio orecchio, inizia a spiegare a Cisko il meccanismo, si tratta di uno dei più diffusi giochi in Africa, in Ghana viene chiamato Owari.
Sembra addirittura che questo gioco fosse noto già agli antichi Egizi e ai Sumeri, ed è tuttora molto popolare per la sua facile realizzabilità: due file di sei buche, improvvisate per terra per una partita al volo, o su un piano, magari decorato, in legno, pietra o avorio, e quarantotto sassolini, sostituiti, durante la stagione secca, da semi. Owari è un gioco di strategia, richiede molta concentrazione e una forte capacità di prevedere prospettive vincenti di gioco: i semi vengono distribuiti ugualmente nelle buche, il primo giocatore sceglie da quale buca sulla propria riga estrarre i semi e ne rilascia uno per ogni buca che incontra percorrendo la tavola in senso orario. Se l’ultimo seme finisce in una buca della riga avversaria e nella buca ci sono due o tre semi questi vengono catturati e riposti nella buca più grande ai bordi del piano, a mò di punteggio. Il vincitore deve aver quindi svuotato tutte le buche avversarie catturando il maggior numero di semi possibili.
Facile, no? Eppure le prime due partite tra Cisko e il venditore scorrono senza che io ci capisca qualcosa, Cisko è in piena trance agonistica, si contorce sulla sedia e fissa la scatola da gioco. Il venditore mi invita a giocare, ma rifiuto cordialmente; avrei sfigurato almeno quanto Cisko, che però, alla terza, sembra prenderci gusto: il venditore mi lancia qualche sguardo compiaciuto, un po’ come un maestro fiero del suo allievo, alla fine Cisko vince ma l’impressione è che sia una mossa commerciale del venditore.
Owari è molto più di un gioco: il rumore dei sassolini lasciati cadere nelle buche, lo scorrere veloce delle mani sopra il piano di gioco, lo scambio di battute per deconcentrare l’avversario, i gesti del corpo e le espressioni del viso lo rendono quasi un rito e, infatti, compare spesso nei riti della fertilità, di iniziazione e in quelli funebri. Sempre secondo la tradizione, ai comuni mortali è lecito giocare solo durante il giorno, preferibilmente lungo l’asse percorso dal sole: le buche sono i mesi dell’anno e i semi rappresentano il trascorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni o dei raccolti. Di notte invece il gioco resta a disposizione di spiriti e stregoni: il piano si trasforma nel cielo e il giro dei sassolini rappresenta quello delle stelle.
Una leggenda Ashanti spiega che la parola Owari deriva dal termine Warri, che significa sposare, in quanto un uomo e una donna decisero di sposarsi per avere più tempo per poter giocare. Il gioco, col passare del tempo, è però diventato un momento collettivo, in cui gli spettatori diventano suggeritori, i bambini si sfidano per avere la meglio sui propri compagni di scuola durante le lezioni di aritmetica e gli uomini per dimostrare la loro virilità. Sebbene la complessità di gioco di Owari sia all’altezza di quella dei nostri scacchi, il paragone è filosoficamente inconsistente: gli scacchi sono la simulazione di una battaglia medievale il cui obiettivo è la distruzione dell’avversario, in Owari è persino vietato, a meno che non si tratti di una mossa obbligata, far morire di carestia l’avversario, cioè lasciarlo con le buche vuote , segno della solidarietà contadina che ancora si vive in Ghana.»
Foggia is burning: un anno dopo
18 feb
Dopo 365 giorni, 50752 visualizzazioni e alcune meritate comparse in TV, rendo il giusto tributo ad un momento storico della mia vita. Mi diverti più della prima volta!
Nell’ultima settimana
12 feb
Appena tornato dal concerto di Capossela allo Smeraldo, conquistato come prevedibile dalle sue note nostalgiche e quelle più vive, pazze di gioia. La musica è riuscita ad annullare lo scombussolamento innescato nel mio spirito dal recentissimo viaggio in Spagna. Ma è bene fare i conti con quello che è stato, lasciarne traccia, per rileggere, far leggere e magari conservare per un poi.
Cercare di mettere ordine mi è quasi impossibile e mi viene da partire dalla partenza appunto, dal mio compagno di viaggio, con cui non avrei immaginato di poter trovare una sintonia così forte, in così poco tempo, forse semplicemente perché le altre volte che avevo viaggiato in compagnia ero riuscito sempre a stracciare delle amicizie. E’ rimasto qualcosa di non detto, ma come al solito i miei sguardi credo siano stati molto eloquenti e meno imbarazzati della voglia di parlare; quel grazie alla fine del tutto è stato sintetico, striminzito, ma ha lanciato un segnale reciproco, qualcosa che sapremo risvegliare al tempo giusto, che non abbiamo voluto sprecare per un momento così scontato come quando le nostre strade sono tornate divise.
Madrid è corsa via veloce: la Guernica, Dalì, la sangria, Isaac e gli occhi di ghiaccio di Katrine, rubatimi dalla gelosia della sorella. E siamo a Salamanca, torno lì dopo poco, col timore di subire il colpo alla partenza. La gente vecchia e nuova mi accoglie come se fossi sempre rimasto lì. Le giornate mi sembrano lente e allo stesso tempo percepisco la velocità con cui le emozioni mi entrano dentro, come se fossi lì per respirare aria buona, ricaricare lo spirito di momenti positivi, da riportare a casa come ricordi. Sento sempre più forte la dipendenza da un amico. Cado nella mia solita sensazione di aver trovato una persona speciale, sebbene il breve soggiorno suggerisca strategie più libertine. Nel giro di poche ore maturo l’idea di stravolgere ancora tutto nella mia vita e stare qui, a respirarla sempre quest’aria buona, cerco strade che mi conducano finqui, inizio con la razionalità. Divento nostalgico, l’aver perso la sciarpa mi tira lontano, averne un’altra mi lascia una speranza, forse. Mi pesa dover dire addio, alzo le barriere, sono distaccato, mi ci vuole ancora del tempo per digerire tutto questo.