Volevo fare il nerd.
Archivio di gennaio 2009
Reportage dal Ghana: Lawra
30 gen
«A una sessantina di chilometri da Jirapa c’è Lawra, occasione di una gita fuori porta, a visitare la scuola dove insegna Maria, volontaria italiana laureata in astrofisica a Londra. Saliamo sul pulmino giallo che ci mostrano orgogliosi i nostri accompagnatori. Ha un’aria tutt’altro che confortevole e sicura, un po’ come il resto dei mezzi che ci ha ospitato sinora, ma questo, proprio perché arricchiti delle esperienze pregresse, è davvero il top: manca uno dei vetri davanti, ma non il corrispondente tergicristallo, i sedili sono instabili, ma comodi, la sicurezza è comunque garantita, c’è un estintore!
La strada non aiuta il mezzo e non gli rende, forse, neppure il giusto onore ai nostri occhi occidentali. Tra Jirapa e Lawra non c’è asfalto e spesso mi capita di sentire qualche sasso che colpisce la parte bassa del nostro pulmino. L’autista, nonostante tutto, viaggia spedito, sollevando una nube rossa in coda, e non rallenta neppure quando ai bordi del percorso incrocia una donna che porta dell’acqua o un bambino con la divisa scolastica. Paradossalmente, chi si lamenta di più dell’afa è Paul. Forse, noialtri, c’atteggiamo a viaggiatori.
Penso ai rischi di chi costeggia quella strada, ma subito smetto, sono pensieri inopportuni, mi dico, e passo a godermi il paesaggio dal finestrino. Non ho mai guidato in vita mia, forse proprio perché adoro raccogliere i tanti dettagli che scorrono ai bordi della strada e sono stato abituato bene a farlo già da quando andavo al mare con la mia famiglia. Difficile paragonare le conifere della Foresta Umbra con le desolate distese ghanesi, ma la mente fa brutti scherzi e, quando intravedo sullo sfondo dell’acqua, mi chiedo effettivamente se non ci siamo teletrasportati in Italia. In realtà è solo una piccola pozza d’acqua torbida: le donne lo usano per lavarci i panni, qualche bambino ci sguazza. Altre donne con recipienti in testa, incrociate poco dopo, sciolgono definitivamente il mio dubbio sull’uso alimentare dell’acqua stessa.
Siamo quasi arrivati, lancio qualche saluto ai bambini di un piccolo agglomerato lungo la strada e trattengo un po’ il fiato quando il nostro autista stranamente preme sul freno e attraversa a rilento un paio di ponti. L’accoglienza è la solita: ringraziamenti, attestati aprioristici di stima e tanti complimenti dal preside e da un manipolo di insegnanti radunati all’ingresso. Gli studenti ci vedono subito e ci seguono, lo fanno per l’intera giornata, ma non si avvicinano mai troppo, forse temono di esserci d’impaccio o forse fanno il tifo per noi. O diffidano?
Il lavoro è lungo e stancante, non mangiamo nulla, solo qualche frutto portato da Maria. Gli studenti restano fuori dell’aula, sui loro volti si alternano stupore, sorrisi e sbadigli. Lasciamo Lawra quando il sole è già tramontato da tempo, risaliamo sul pulmino giallo col sorriso stampato in volto per l’ottimo lavoro.
L’autista, noncurante del buio, spinge sull’acceleratore, sarà stanco anche lui ma noi ormai non ci facciamo più caso, ha conquistato la nostra fiducia all’andata. Poi un lampo e subito un tuono, cade qualche goccia, piove. E piove a dirotto, l’acqua ci arriva direttamente in faccia dato che manca parte del vetro davanti, l’autista corre, sembra divertirsi e noi ridiamo, siamo dalla sua parte. Il paesaggio appare e scompare con la luce dei lampi, nel frastuono dei tuoni compare ancora qualcuno ai bordi della strada, vedo una donna e poi la pozza d’acqua.
Non c’è più caldo, la stagione delle piogge è vicina, ma non potremo godercela»
Mezzo spettacolo
28 gen
Dopo quasi sette anni, è lì, proiettato verso il cielo rosso acido di Milano, il Duomo. Ci sono voluti sette anni prima che potessi vedere per la prima volta in vita mia la facciata del monumento più importante della città. Mi lascia senza fiato, sono muto perché non può essere altrimenti. La scruto e ripenso ai ‘primi tempi’, quando tutto era diverso, tutto era ingenuamente più semplice. E poi quella sera, la prima uscita, sulle scale del sagrato con Andrea e Marco a scambiarci qualche impressione, a darci coraggio, a diventare amici. Questa piazza, questa facciata, è stato il teatro di tanti momenti belli in compagnia, eppure ora è vuota per me, sto lì da solo ad ammirarla, a tutti gli altri che con me aspettavano questo momento potrò solo raccontarlo, si sono persi lo spettacolo tanto atteso ed io invece me lo sono goduto solo a metà.
Reportage dal Ghana: Introduzione
26 gen
Stavo facendo un pò di pulizie sul portatile quando ho scovato alcuni documenti che avevo scritto per un reportage del mio viaggio in Ghana, che però non riuscimmo mai a pubblicare (e un pò me ne rammarico). Rileggerli è stato davvero un piacere, forse anche un segnale per il prossimo futuro. Pian piano pubblicherò i pezzi del reportage che ho scritto io, così non rischierò di perderli di vista come è successo finora.
Dopo il continua c’è l’introduzione al reportage.
«Questo reportage nasce dalla voglia di tirar fuori qualcosa che troppo presto e troppo facilmente annega, forse per paura di corromperne il senso, nei problemi e nelle gioie del quotidiano, ma che sopravvive, silenziosa, in qualche angolo nascosto dell’anima e della memoria, pronta a riemergere quando meno te l’aspetti: in metropolitana, dopo un esame, riascoltando nelle cuffie uno dei tanti pezzi che hanno scandito quelle giornate o in un lussuoso attico milanese giocando, con una carta appallottolata, un calcio spensierato e senza schemi come nella steppaglia di Jirapa.
In questo viaggio si è mosso un gruppo, diverse persone che raccontano le proprie impressioni raccolte sotto un’unica voce narrante. Di volta in volta sorpresa, scorbutica o afflitta. La voce di un volontario virtuale, sintesi arbitraria dei mille capitati in questa regione d’Africa. Pronti per una settimana o mesi a rifiutare, ingenuamente sorprendersi, cambiare. A dare impulso – e a rimorchio – all’avventura voluta da Paul, nato nel Burkina Faso, accolto in un orfanotrofio in Ghana e adottato a due anni da una famiglia italiana. Potendo così studiare, vivendo in Italia, Inghilterra, Stati Uniti, e poi di nuovo in Ghana, dedicandosi agli orfani, quasi a voler chiudere uno dei cerchi della sua vita.
Gli orfani in Ghana, oltre a non avere una famiglia in cui crescere, che in Africa significa minori possibilità di sopravvivere, sono anche vittime di una radicata credenza popolare, che li vede portatori di sfortuna, quindi discriminati, esclusi dalla vita sociale sin da piccolissimi. Paul ha rimesso nella Ray Foundation, l’associazione che ha fondato, un po’ della fortuna che gli è capitata da piccolo, ma ha avuto soprattutto la capacità di coinvolgere sponsor, amici e studenti, con la sua storia, con le sue idee e col suo fare ‘africano’.
E così in poco meno di due anni, a Jirapa, area rurale dell’Upper West Region, la più povera del Ghana, Paul è riuscito a costruire una nuova sede dell’orfanotrofio missionario e un knowledge center, per noi volontari semplicemente il “Centro”, che ospita 40 computer collegati a Internet mediante connessione satellitare, offre servizi di fax e telefonia, stampa e fotocopie, formazione informatica di base e condivide, tramite tecnologia wireless, la connessione ad Internet col vicino ospedale, l’amministrazione locale e la scuola secondaria femminile. I profitti del Centro vengono utilizzati per assicurare agli orfani le cure sanitarie e l’educazione necessaria per inserirsi nella comunità jirapese. Un’idea innovativa, quindi, per facilitare l’innesco di un processo di sviluppo economico e culturale che combatta l’abbandono di queste terre, affranchi le comunità locali dal sostegno esterno e sia un occasione di riscatto per soggetti deboli come gli orfani. E con una strategia precisa: affiancare attività di assistenza e imprenditoriali, raccogliere sul posto necessità e soluzioni, ottenere fondi, realizzare, consolidare e passare la mano ai ghanesi.»
Valzer con Bashir
15 gen
E’ raro che io voglia andare a vedere un film al cinema, in genere ci finisco perché trascinato da qualcuno o su suggerimento di persone fidate. Diversamente è andata per questo Valzer con Bashir, di cui avevo visto il trailer prima della proiezione di The Millionaire.
Originalità nella tecnica del disegno, sospesa tra una tridimensionalità da cartoon e una piattezza da fumetto. Colori acidi e cupi, quelli giusti per un film di guerra. E’ un film forte, con un finale duro, ancor più se, mentre entri in sala, qualche giovane ti chiede di partecipare ad una manifestazione di solidarietà con le vittime e i cittadini di Gaza. All’inzio riconosci il racconto magistralmente disegnato, ma poi ti ci perdi, nelle voci e nei gesti così reali dei personaggi, e non sai più se si parla di Sabra e Chatila o di Gaza, non ti arrendi all’idea che sia solo marketing, sei portato a vederci una riflessione sul mondo.
Volevo fare il nerd
10 gen

Questo è un post di redenzione, per elaborare questo titolo la mia mente ha impiegato ben 7 mesi di disoccupazione, due viaggi in Spagna, diversi ascolti dell’ultimo di Capossela, un pò di racconti di Bukowski e una festa pseudo-’anni 50′ a Capodanno.
Dopo la pausa con me stesso quindi cercherò di scrivere qualcosa di scarsamente nerd, per quanto quello sia stato il sogno della mia vita per un pò.
Benritrovati!